Il Classificone Televisivo 2016-2017

Eccoci qui. Per la quinta volta dalla nascita di questo blog/archivio, provo a stilare la classifica di tutto ciò che mi è passato davanti agli occhi nel fu anno televisivo 2016/2017. Nell’annata in questione ho avuto un calo di passione televisiva, dato il grosso ammontare di altre cose a cui pensare. Per questo motivo il materiale visto e giudicato resta inferiore in quantità rispetto ai tempi in cui divoravo di tutto. Come al solito le regole le faccio io, ed essendo questo anno seriale compreso tra il 01/06/2016 e il 31/05/2017, giudico anacronisticamente solo quello andato in onda (e che ho visto) in quel periodo.

Le categorie questa volta sono quattro:
– Il PREMIO “CI RIVEDREMO AL DI LÀ DEL SOLE” si limita a ricordare le serie giunte alla loro definitiva conclusione durante il periodo in oggetto;
– Le CATEGORIE A CASO servono solo ed esclusivamente per parlare di quelle serie che in un modo o nell’altro hanno lasciato il segno;
– Il “PREMIO SCHIFEZZA DELL’ANNO” premia le peggiori serie andate in onda e che, per un motivo o per l’altro, mi sono trovato costretto a guardare;
– Il “CLASSIFICONE UFFICIALE” ordina quello che ritengo essere stato il meglio della stagione televisiva tra quello che ho visto (meglio specificare ancora una volta).

Bando alle ciance, iniziamo.


PREMIO “CI RIVEDREMO AL DI LÀ DEL SOLE”

Rectify (Sundance TV)

In poche parole mi ritrovo a dare l’addio a Rectify a più di un anno di distanza, ma il magone resta sempre lo stesso.
Come dimenticare il mio personale record di pianto dopo 8 minuti di pilot? Come poter dire addio ad una serie capace di mantenere immutato il suo perpetuo tono agrodolce durante il corso degli anni? Come poter dire addio a quei personaggi che da qualsiasi altra parte sarebbero risultati pedanti e fastidiosi, mentre qui la penna che li descrive riesce ad umanizzarne anche i difetti?
Proprio in questi elementi giace la qualità della serie. La storia di Daniel (il MAESTOSO Aden Young), tornato libero dopo aver trascorso 19 anni in isolamento nel braccio della morte, resta sempre fedele a sé stessa, conserva la capacità di toccare le corde umane con tatto, delicatezza e leggiadria durante tutto l’arco narrativo, districandosi tra il ritorno alla vita dopo la detenzione e la sua non necessaria redenzione, giocando sempre con la capacità di stuzzicare l’umidità degli occhi con vera semplicità.
La quarta e ultima stagione regala nuove prospettive ai personaggi e chiude, aprendolo, il percorso di Daniel e della sua famiglia. Mettiamo su una musica triste e diciamo addio a Rectify, piangendo per l’ultima volta.

Review (Comedy Central)

Senza dubbio Review è stata una delle piacevoli scoperte degli ultimi anni. Un format strano, costantemente a contatto con la quarta parete, che ha sfruttato l’idea australiana (l’originale è Review with Myles Barlow) di fare recensioni su esperienze di vita selezionate da fittizi spettatori. Andy Daly si districa benissimo nell’impresa, portando la seconda stagione ai vertici della genialità comica con un disegno che, purtroppo, non è riuscito a completare in maniera efficace ed esaustiva.
La terza e ultima stagione è composta da soli tre episodi, piovuti dal cielo per grazia divina dati i pessimi ascolti, i quali non riescono a chiudere la serie in maniera epica come ci si poteva aspettare. Pur portando a termine il racconto sfruttando gli elementi passati, si auto-canzona e continua a divertire, lasciando però in bocca il retrogusto di un’incompletezza amarognola, chiaro sentore di un’intelligenza soffocata sul nascere.
Addio Review, è stato comunque un viaggio appassionante: ti meriti five stars.

The Fall (RTÉ One/BBC Two)

Senza tener conto della mancata chiusura definitiva del progetto televisivo (potrebbe esserci in futuro una quarta serie, maledetti inglesi), possiamo dire addio a The Fall, a Gillian Anderson (BONA) e Jamie Dornan.
La forza di The Fall verteva sull’essere un poliziesco oscuro, dove il killer, svelato subito, aveva la stessa importanza e prorompenza del detective incaricato di catturarlo.
Le vicende vengono velate con l’atmosfera di Belfast, approfondendo le caratteristiche dei personaggi con azioni introspettive, sfruttando il rapporto narrativo tra i protagonisti che viene costruito lentamente, raggiungendo gli apici durante i confronti faccia a faccia.
La terza serie chiude il racconto in maniera poco decisa, tuffandosi nel medical, andando a scavare nel passato del killer, estremizzando le scelte cupe e perciò perdendo decisamente di originalità. Per fortuna la struttura costruttiva e tecnica regge l’impatto dei nuovi scenari e del finale.
Addio (forse) Stellà.

Girls (HBO)

Ah, cara Lena, quanto mi hai fatto soffrire.
Ammettendo di non aver mai fatto il minimo sforzo per farmela piacere, Girls è una di quelle serie che ti fa costantemente attendere la svolta, ovvero attendere il momento in cui finalmente matura e si dimostra capace di raccontare una storia senza risultare estremamente costruita e surreale, senza farsi sopraffare dalla voglia di dire a tutti i costi qualcosa di rilievo, senza dover dimostrare a tutti di che pasta è fatta.
Dopo i primi anni di racconto mediocre era cresciuta senza mai fiorire, costantemente nel limbo del sotto soglia e quindi sotto a quel livello narrativo che non avrebbe reso vano tutto il tempo passato ad aspettare.
L’anno scorso c’è stata l’ultima illusione. La vittoria del premio chi se l’aspettava andava a premiare gli sforzi fatti dalla Dunham nel non ostentare la sua alternatività, lasciando un barlume di speranza per la degna conclusione dello show.
La sesta e ultima stagione ha deluso le aspettative. Prova a mettere al centro il rapporto tra le nostre con fallimentari confronti, offrendoci tanta Marnie(fastidiosa all’inverosimile), pescando nel passato con Adam e fornendoci il plot-twist della protagonista che più banale non poteva esserci. Il finale fa storia a sé, avulso dal contesto generale e dimenticabile (parole forti).
Addio Girls, addio ODIOSA MARNIE CANTERINA PIAGNUCOLONA EGOISTA GALLINA NEVER-NUDE.


“CATEGORIE A CASO”

Premio “OPS! SONO SCEMO” a…
The Handmaid’s Tale: Stagione 1 (Hulu)

Il bello delle “categorie a caso” è che ci si può inventare un premio per parlare di serie che in un modo o nell’altro non rientrano nel classificone ufficiale.
Quest’anno vince -l’inventato per l’occasione “PREMIO OPS! SONO SCEMO”- la magnifica The Handmaid’s Tale che, per strani motivi, non raggiunge la top-10 delle serie migliori dell’anno. A mia discolpa, c’è da dire che non ci riesce per 0.02 punti sulla media voto degli episodi.
La serie racconta i meandri di un futuro distopico, nel quale il tasso di natalità precipita e nel quale un gruppo di catto-nazisti, con un colpo di stato, spazza via gli Stati Uniti d’America instaurando lo stato totalitario di Gilead. Qui le scritture della Bibbia vengono seguite alla lettera, portando alla completa sottomissione delle donne, le quali vengono schiavizzate, sfruttate e violentate a seconda degli usi che possono servire alla volontà di Dio.
The Handmaid’s Tale tratta temi forti e non si risparmia nel mostrare la più folle crudeltà dell’impianto religioso di base, scavando oltre che nella crudeltà fisica anche in quella psicologica e morale.
Il cast d’eccellenza, tra cui spicca per distacco la divina ELIZABETH MOSS, impersona al meglio la scrittura tagliente della serie, mostrando eccelsi momenti di cinema televisivo.
Il motivo per cui The Handmaid’s Tale non rientra nel classificone è che la grandissima costanza narrativa è, probabilmente, l’unico tassello negativo della prima stagione: dopo lo smarrimento iniziale, il livello resta costante senza acuti improvvisi. Appena ci viene mostrato un ambiente alternativo abbassa ancora di più il ritmo, costringendo lo spettatore ad assuefarsi e dare per scontato tutti i forti stimoli narrativi.
Sono convinto che con un rewatch la valutazione cambierebbe, ma per fortuna l’anno prossimo ci confronteremo con la seconda stagione. Non vedo l’ora. Under His Eye.

Premio “GNOCCA SIDERALE CHEFFIGA UAO” a…
Katherine Langford – 13 Reasons Why (Netflix)

L’anno scorso ho sfruttato il PREMIO GNOCCA SIDERALE CHEFFIGA UAO anche per parlare di Flesh And Bone, quest’anno posso evitare di parlare di 13 Reasons Why e concentrarmi solo su quanto è gnocca Katherine Langford.
La sua presenza scenica è qualcosa di magnetico, è gnocca in tutti i modi e da tutte le angolazioni e con tutte le vestite e tutte le tipologie di capelli. Questa è così bella che fisicamente chissenefrega CIOÈ TORNO TREDICENNE CHE BELLO.
Lascio account instagram come al solito per eventuali stalkerate.
PS: per diffondere questo segmento importantissimo per la storia della letteratura italiana, clicca qui.


PREMIO “SCHIFEZZA DELL’ANNO”

2) Fear The Walking Dead: Stagione 2 (AMC)

Lo sapevo che sarebbe finita così. Già dal titolo scelto per lo spin-off si capiva che qualcosa non sarebbe andato nel verso giusto… ed eccoci qui.
Fear The Walking Dead partiva con la premessa di raccontare l’immediato post-epidemia dell’apocalisse zombie. Con enorme rammarico, però, abbiamo potuto constatare come la premessa abbia retto solo per una piccola parte della prima stagione, portando in breve tempo lo show ad essere un classico post-apocalittico consolidato, pieno di tempi morti e roba inutile.
La seconda stagione parte con la classica speranza: SONO CARICOOO riusciranno gli autori a mettere in scena un racconto GAAAAAAS capace di tenerci attaccati DAII SPACCA TUTTOOOO allo schermo? La risposta, purtroppo, potete immaginarla.
Il racconto cambia scenari un paio di volte, ma attinge dalle idee del fratello seriale e le amplifica in stupidità e noia. I personaggi fanno SEMPRE la scelta più idiota e le scelte morali d’impatto, in realtà, impattano solo gli abbiocchi generati da infiniti dialoghi inutili e colmi di cliché. Gli zombie si vedono poco o, meglio, si vedono sempre e solo quando servono a muovere le acque. I colpi di scena portano sempre alla diaspora dei protagonisti (ne ho contate almeno TRE), trascinandosi dietro il problema dei ricongiungimenti. Che, quando capitano, avvengono sempre a caso e per fortuna… Il mondo è piccolo, no?
Riuscirà Fear The Walking Dead a maturare e sfruttare il suo potenziale enorme? GASATO PER LA PROSSIMA STAGIONE COME SEMPREEEE, MAGARI RINSAVISCONO!!!!

1) Wayward Pines: Stagione 2 (FOX)

Oh, gosh, ma perché sono costretto a ricordare questo schifo?
Waymerd Pines doveva essere una miniserie, ma la sfiga ha voluto che inspiegabili buoni ascolti l’abbiano portata ad un non necessario rinnovo.
Fu così che mi costrinsi a seguire gli sviluppi di quell’accozzaglia di idee strampalate messe giù in maniera sconclusionata, solo per vedere cosa si sarebbero inventati gli autori senza avere più le basi del libro da cui era stata tratta la miniserie.
Inutile dire che la schifezza si propaga a tutti i livelli: la storia si sposta avanti negli anni e si sviluppa col più classico rimpasto di cast e un nuovo protagonista, flashback temporali noiosissimi con lo scopo di raccontare la nascita di Waymerd, morti a tutto andare con zero impatto emotivo, dialoghi banali, colpi discena ovvietà. Il tutto messo in scena da personaggi con zero carisma, zero costruzione e zero gradevolezza, a parte l’epocale Melissa Leo, che torna solo per crepare e non aver mai più niente a che fare con ‘sta roba. Come succede in questi casi, l’unico modo per arrivare alla fine è tifare per i cattivi. FORZA ABBIES.
Quando qualcosa fa così schifo, l’unica speranza è che faccia il giro e diventi un gradevole hate-watching: non è questo il caso. Stategli lontano.


Eccoci arrivati al momento serio:

IL CLASSIFICONE UFFICIALE DELLE MIGLIORI SERIE NELLA STAGIONE TELEVISIVA 2016/2017

10) The Americans: Stagione 5 (FX)

Tutti gli anni dico che The Americans è una delle migliori serie tv in circolazione, un prodotto che non siamo degni di vedere data la sua perfezione sotto tutti i punti di vista. Tutti gli anni, però, non riesce ad erigersi vincitrice. La spiegazione di questo mistero, però, è semplice.
La qualità è così alta che le valutazioni seguono una scala personalizzata: un 8 dato a The Americans corrisponde facilmente ad un 10 assegnato a qualsiasi altra serie. Ecco spiegato il decimo posto.
La quinta stagione spinge sul tema della famiglia (addirittura costruendone una finta), sul rapporto reciproco e sulla crescita dei personaggi, portando i due protagonisti sempre più agli antipodi. Da estasi la gestione di Paige, personaggio adolescenziale pericoloso, ma gestito con enorme qualità e precisione.
Assistiamo all’addio di un personaggio importante in “The Committee On Human Rights” (5×07), al matrimonio pazzesco in “Darkroom” (5×10) e al finale ansiogeno con ciliegia toccante di “Dyatkovo” (5×11). La stagione mette tantissima carne al fuoco e, tra doppie e terze vite, è capace di chiuderne la densità (considerando anche la mai dimenticata Martha) nel finale “The Soviet Division” (5×13).
The Americans è una vera e propria perla architettonica, l’anno prossimo sarà durissimo dirle addio.

9) Stranger Things: Stagione 1 (Netflix)

Sicuramente una delle novità migliori della stagione. Idea, ambientazione, genere, atmosfera e cast hanno portato una ventata di aria fresca nel panorama televisivo, scatenando un entusiasmo mediatico non preventivabile che è arrivato fino alla gente al bar sotto casa.
Stranger Things colpisce nel segno raccontando una storia nella quale tutti gli ingredienti messi sul tavolo si amalgamano bene, sostenuti da un impianto tecnico ottimo e da una spolverata di fan-service anni ’80 che ne aumenta il sapore. Grande punto a favore è avere dei ragazzini protagonisti non fastidiosi, ben caraterizzati e capaci di interagire con l’ottimo cast adulto (WINONA RYDER <3) in maniera fluida e non melensa. Il mistero è ben bilanciato dalle rivelazioni, il drama è ben bilanciato dalla leggerezza, dimostrando ulteriormente come la ricetta funzioni bene.
La stagione parte col gas aperto, grazie alla rivelazione di “Chapter Three: Holly, Jolly” (1×03), si assesta nella sua fase centrale, quando la carne al fuoco diventa tanta e succulenta, per poi tornare ad accelerare nel finale “Chapter Eight: The Upside Down” (1×08). L’apertura alla seconda stagione era inevitabile dato il successo, rendendo il finale aperto comunque sopportabile.
Non dubitate del successo di massa: Stranger Things merita di essere visto.

8) BoJack Horseman: Stagione 3 (Netflix)

La terza stagione di BoJack Horseman continua a farci vedere sempre più dettagli di un mondo disegnato in maniera geniale, in quella commistione tra la complicatissima caratterizzazione dei personaggi e le semplici abitudini animali. Genio da amare.
Si seguono le recensioni di Secretariat, le manie di Sextina Aquafina, droghe e alcol come se piovesse, in quella che è la migliore stagione fino ad ora. Cosa vogliamo dire di una serie capace di crescere costantemente pur avendo al suo interno l’insopportabile Mr. Peanutbutter?
La stagione ci regala inaspettati flashback come quello di The BoJack Horseman Show (3×02) con la sua fantastica chiusura. Ci mostra il miglior episodio di sempre che, se “BoJack Horseman” non fosse entrato nella top-ten, sicuramente avrebbe vinto un altro premio “epidosione all’improvviso”: un mondo nuovo ed estraneo, pieno di momenti-lacrima e SENZA DIALOGHI, “Fish Out of Water” (3×04) è una perla della televisione moderna. Non facilmente digeribile il confronto con Todd in “It’s You” (3×10) e inaspettato il finale di “That’s Too Much, Man!” (3×11), capace di far cadere ancora di più BoJack nell’oscurità più nera.
Sarà dura rialzarsi, ma noi ci saremo.

7) Better Call Saul: Stagione 3 (AMC)

Facciamo subito due premesse:
1) Se avete amato Breaking Bad e non amate follemente Better Call Saul avete dei seri problemi;
2) la terza stagione è migliore delle precedenti due.
Ci stanno regalando un spin-off di una concretezza senza precedenti, un tuffo sincronizzato dentro un mondo che credevamo di conoscere bene, ma che in realtà ha ancora tantissimi punti oscuri da andare a sviscerare (G U S). Le idee sembrano chiare e il costante e perpetuo richiamo a Breaking Bad avvalora la fondatezza di una strada che sembra avere una sola precisa direzione. In questa stagione si spinge sull’azione e sui tranelli, con il solito ritmo cadenzato e dinoccolato. Si rivedono facce note con enorme gioia, alzando tantissimo le aspettative che, per ora, non vengono deluse.
Già a metà si esulta con classe in “Chicanery” (3×05) che chiude una grossa fetta di narrazione, ma il vero punto di forza è la qualità del genio autoriale nel comporre le situazioni finali di “Fall” (3×09) e “Lantern” (3×10), dopo le quali non si sa davvero che sentimenti provare.
Better Call Saul è giunto a maturazione. Piena fiducia nel futuro.

6) Orange Is The New Black: Stagione 4 (Netflix)

La quarta stagione di Orange Is The New Black riserva sicuramente un ritorno alle origini. Il rimescolamento di cast, l’aggiunta di personaggi e l’esplorazione di nuove dinamiche tra i gruppi, portano ad una ventata di aria fresca negli sviluppi del racconto.
Gli inserimenti di nuovi elementi vanno a cambiare gli scenari della prigione, con una sorta di riassestamento utile all’esplorazione di nuovi rapporti, vecchie abitudini (Nicky) e differenze razziali, mai così ostentate. Tutto si muove con la classica struttura dramedy, ricca di flashback e che prepara alla conclusione con la scena SHOCK che tutti ricordiamo con sofferenza.
La quarta stagione scorre con costanza e ci fa ricordare i piantini a caso a metà episodio in “Turn Table Turn” (4×09), ma soprattutto è impossibile dimenticare il trittico finale:  la preparazione alla protesta di “People Persons” (4×11), LO SHOCK MEGAGALATTICO di “Animals” (4×12) e il caos del finale di “Toast Can’t Never Be Bread Again” (4×13), nel quale si resta increduli nell’assimilare quanto accaduto.
OITNB è stata capace di reinventarsi con la stessa classe, sfruttando il suo potenziale infinito. Speriamo che la lunga strada ancora da percorrere non faccia perdere colpi.

5) Mr. Robot: Stagione 2 (USA Network)

Dopo l’exploit della prima stagione, ecco Mr. Robot confrontarsi con la sempre difficile sfida della riconferma. La seconda stagione supera l’ostacolo in maniera ottima, confermando tutte le sue buone qualità.
Il momento più difficile da gestire è sicuramente il post-rivelazione, quello che costringe alla gestione a lunga scadenza delle varie personalità, obbligando gli autori a trovare una nuova tipologia di interazione. Missione compiuta con classe, ingegno e astuzia, solidificando nel corso degli episodi una struttura che funziona alla grande e sostiene al meglio l’impianto narrativo.
C’è molta (troppa?) carne al fuoco in questa seconda stagione, nella quale la prima parte viaggia tra l’onirico e il trip mentale, salvandosi solo grazie all’enorme qualità tecnica. Si inizia a scaldare il motore solo al quinto episodio“eps2.3_logic-b0mb.hc” (1×05) e la rivelazione di “eps2.5_h4ndshake.sme” (1×07) ci ricorda perché Mr. Robot è una serie fondamentale. Altri elementi, indagini, contromosse e le troppe fazioni in gioco, rendono difficile seguire il plot, portando il finale di stagione a non sostenere in pieno il finale di“eps2.8_h1dden-pr0cess.axx” (1×10), ottimo nel complesso ma che perde in concretezza nel dettaglio. La carne al fuoco era davvero troppa.
Mr. Robot supera ampiamente il test della seconda stagione, ma dovrebbe dare un sfalciata alle tante idee e rendersi più lineare e più facilmente comprensibile. Anzi, cazzo dico: CHISSENEFREGA, CONTINUA COSÌ.

4) 13 Reasons Why: Stagione 1 (Netflix)

Scherzetto! Alla fine mi tocca parlarne!
PREMESSA: 13 Reasons Why non è una serie tv di qualità, intesa come un prodotto dall’insieme di elementi tecnici che possono essere giudicati con oggettività. Non è un prodotto che vive di scrittura, di regia, di sceneggiatura, di fotografia o di capacità recitative. È un prodotto tecnicamente mediocre e che non passerà alla storia come “elemento cardine della televisione moderna.” Ma allora perché è nel classificone?
SCUSE: tralasciando Katherine Langford (GNOCCA SIDERALE, vedi sopra) e tralasciando il momento storico nel quale l’ho guardata (drammi personali), 13 Reasons Why finisce nel classificone per una serie di coincidenze, per un azzeccato mix di turbe adolescenziali, sentimentoni, liceo americano, MISTERO e modus operandi che funziona in maniera maledetta, servendo allo spettatore uno dei sui piatti preferiti: IL DEVO SAPERE.
Il pilot “Tape 1, Side A” (1×01) è l’esempio lampante di quanto affermato in precedenza: al suo interno c’è TUTTO. Tutti gli elementi di quel mix incredibile di droghe televisive e da lì in poi non si riesce ad essere più lucidi nel giudizio. Il ritmo resta martellante, pur tenendo conto della banalità e svogliatezza di certe situazioni: possibile che Clay ci metta una vita ad ascoltare le 7 cassette della sua amata che si è suicidata? Barcollando tra rivelazioni shock e cambi di rotta, si arriva al trittico finale: “Tape 6, Side A” (1×11), “Tape 6, Side B”(1×12), “Tape 7, Side A” (1×13) sono una coltellata dopo l’altra per la povera Hannah, vincitrice del premio sfiga cosmica. È proprio qui che torna a farsi vedere il mix di droghe televisive, così potente da mascherare situazioni e sviluppi al limite del “si va beh, e poi ci mettiamo qualcos’altro?”
RIPETO: 13 Reasons Why non è una serie di qualità e tratta argomenti seri facendo però aprire le discussioni agli altri. La scena della vasca resterà incisa nella mia mente e nella mia memoria per sempre.

3) Fleabag: Serie 1 (BBC Three)

Dai, troppo facile ottenere una media da classificone con solo sei episodi! FERMI TUTTI, QUESTA SE LO MERITA.
Fleabag è la serie inglese creata dal genio di Phoebe Waller-Bridge e narra semplicemente le vicende di una donna qualsiasi nella Londra dei giorni nostri, con taglio originale, fresco e moderno. L’impianto comedy è perfettamente bilanciato dai momenti drama: fa ridere bene con il classico stile britannico, fa riflettere e fa appassionare subito allo stile narrativo irriverente, assurdo, folle, grazie anche agli abbattimenti costanti della quarta parete e alla giusta dose di realismo. La protagonista, la stessa Phoebe Waller-Bridge, dovrebbe essere da pugni in faccia e invece la si ama senza condizioni, senza “se” e senza “ma”.
Indimenticabile la scena anale (rido ancora) al pronti-via in “Episode 1”(1×01), solido il bel momento introspettivo e inaspettato di “Episode 4” (1×04). Il finale “Episode 6” (1×06) regala una rivelazione capace di far gelare il sangue nelle vene. Quando una serie riesce a farlo in così poco tempo e con una costruzione così accurata, per me è impossibile chiedere di più.
Fleabag è una chicca che dura così poco che non si può prescindere dal  non vedere.

2) The Leftovers: Stagione 3 (HBO)

Ragazzi, che perla.
CHE PERLA.
Il percorso di The Leftovers si può definire netto e senza penalità. Dopo essersi smarcato in maniera assolutamente egregia dalle vicende del libro, l’ultima stagione chiude il cerchio con i fuochi di artificio: plot assurdi in senso buono; misticismo a tutto gas; lacrime a fiumi.
È il caso di spendere, davvero, buone parole per Lindelof. La scrittura perfetta, grazie al cast, esalta la cognizione del pensiero, dà forma a meandri della mente sconosciuti e mette in fila sensazioni e situazioni con maestria chirurgica, senza sprecare un secondo di narrazione o un frame di inquadratura.
Il plot della terza stagione, letto su carta, sembra un’accozzaglia di elementi messi in fila senza senso, con scene campate in aria e senza logicità. Proprio nella gestione di un materiale così estremizzato fa capire ancora di più la magnificenza e la potenza di The Leftovers: un racconto senza precedenti, dalle tematiche così grandi che sarebbero potute scappar via in maniera irrecuperabile se non ci fosse stato un solido appiglio, un punto di riferimento capace di tenere in piedi tutta l’opera. Per fortuna Damon ha gestito tutto.
Tante le scene da ricordare: tutto il viaggio di Nora; le crisi di Kevin; la fede rivisitata di Matt; l’outback australiano; il confronto in hotel di “G’Day Melbourne” (3×04); la versione rivisitata e perfettamente riuscita di International Assassin “The Most Powerful Man in the World (and His Identical Twin Brother)”(3×07) sono già storia della televisione. Il PAZZESCO FINALE “The Book of Nora”(3×08) è il sigillo finale, la perfetta ciliegia su una torta fatta di emozioni, di rincorse e di sentimenti. Se ne esce particolarmente soddisfatti e piagnucolanti.
The Leftovers non è una serie semplice, va vivisezionata in ogni dettaglio per scoprire la sua concretezza, la sua profondità e la sua classe. Le diciamo addio consapevoli, con tristezza, che un prodotto del genere sarà difficilmente imitabile.

1) Master Of None: Stagione 2 (Netflix)

Mi tocca fare i complimenti ad Aziz Ansari. L’unico attore e personaggio che non riuscivo a sopportare in Parks And Recreation è sbocciato in questo prodotto che è davvero una chicca. Fresco, contemporaneo, profondo e puccioso quanto basta, capace di far passare quasi inosservato lo stile comico dello stesso Aziz, fatto di vocine, facce buffe e slogan ripetuti.
La seconda stagione sfonda una porta aperta scegliendo come location iniziale la mia Modena. L’idea che una serie televisiva americana scelga un luogo così vicino per essere girata è da serie dell’anno a prescindere. Al di là dei luoghi, Master Of None matura definitivamente, mostrando una scrittura ancora più raffinata e delicata nell’analizzare e mettere in scena i più svariati plot, senza dimenticare la ancora più forte continuity. Come se non bastasse, l’aggiunta italiana al cast di Alessandra Mastronardi e della sua bravura, è una vera gioia per occhi e orecchie.
Si inizia con la perla “The Thief” (2×01), un particolare e acutamente banale omaggio al vecchio cinema italiano, girato per una Modena pulita in bianco e nero, per poi tornare a New York e continuare con il tuffo nelle app moderne di “First Date” (2×04), spaccato riuscito e attualizzato dell’approccio relazionare che avviene dietro uno schermo (silenzio voluto sulle capacità di appuntamento di Aziz). Abbiamo poi il LUNGHISSIMO E PERFETTO viaggio di ritorno in macchina da solo di “The Dinner Party” (2×05) e l’avulso spaccato di New York in gran parte muto e col finale da applausi di “New York, I Love You” (2×06). Poi, all’improvviso, uno degli episodi dell’anno: “Thanksgiving” (2×06) è di una perfezione perfetta, grazie al racconto incentrato sul coming-out di Denise e sulla sua famiglia, messo in scena con tono dolce, raffinato e davvero squisito, col finale da lacrimoni per i quali bisogna solo esserne grati. Il finale di stagione mantiene le premesse grazie ad “Amarsi Un Po'” (2×09), nel quale Lucio Battisti accompagna la svolta sentimentale della serie.
Master Of None si dimostra matura. Sconfigge i pregiudizi, coccola lo spettatore e si erge con pieno merito al posto di serie dell’anno. Sarà difficile ripetersi, ma i presupposti ci sono.


Ho dato.
CLICCANDO QUI potete trovare il Classificone 2016-2017 completo, con le relative medie stagionali frutto delle mie malate classificazioni.
QUI potete trovare il Classificone 2015-2016.

All’anno prossimo, nella speranza di avere altrettanto materiale su cui discutere,

Carlo.

Annunci

0 Responses to “Il Classificone Televisivo 2016-2017”



  1. Lascia un commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...




Mi trovate anche qui

Sul Kindle


Ann Leckie – Ancillary Sword


David Simon – Homicide: A Year On The Killing Streets

Archivio

Visite

Annunci

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: