Il Classificone Televisivo 2015-2016

Eccoci qui. Per la quarta volta, dalla nascita di questo blog/archivio, provo a stilare la classifica di tutto ciò che mi è passato davanti agli occhi in questo intenso anno televisivo 2015/2016. Causa tesi di laurea, il materiale visto e giudicato è sensibilmente inferiore in quantità rispetto al passato. Le regole le faccio io, ed essendo il mio anno seriale compreso tra il 01/06/2015 al 31/05/2016, giudico solo quello andato in onda e di cui ho preso visione in questo periodo.

Le categorie sono quattro:
– Il PREMIO “RECUPERO DELL’ANNO” mette in mostra quelli che sono stati i migliori recuperi della mia personale stagione televisiva. È una classifica arbitraria, che lascia fuori i recuperi di serie ancora in corso e si concentra su serie terminate;
– Il PREMIO “CI RIVEDREMO AL DI LÀ DEL SOLE” si limita a ricordare le serie giunte alla loro naturale conclusione durante la stagione televisiva (con le dovute eccezioni);
– Le CATEGORIE A CASO servono solo ed esclusivamente per parlare di quelle serie che in un modo o nell’altro hanno lasciato il segno;
– Il “PREMIO SCHIFEZZA DELL’ANNO” premia le peggiori serie andate in onda e che, per un motivo o per l’altro, mi sono trovato costretto a guardare;
– Il “CLASSIFICONE UFFICIALE” ordina quello che ritengo essere stato il meglio della stagione televisiva tra quello che ho visto (sempre meglio specificare).

Bando alle ciance, iniziamo.


PREMIO “RECUPERO DELL’ANNO”

3) Brickleberry: Stagioni 1, 2, 3. (Comedy Central)
Brickleberry
Recupero iniziato a caso, su consiglio, dopo aver visto spezzoni di episodi su Sky. La serie descrive le attività di un gruppo di Ranger, utilizzando un tipo di comicità prettamente nera e senza esclusione di colpi. Non tratta temi particolari (la continuity è puntuale per elementi), ma si preoccupa di mettere in luce le vicende dei vari personaggi in maniera spesso esagerata, enfatizzando le caratteristiche caratteriali e portandole spesso al limite.
Non esistono personaggi buoni, ma solo macchiette costruite su elementi caratteriali estremizzati: l’ex porno divo, il gerontofilo con la fissa del razzismo, la lesbica steroidizzata, la libertina frou frou, il presuntuoso sbadato e il dolce orsetto, sessita, infido e mega-volgare.
Proprio l’uso della volgarità, se gestita male, può provocare un senso di fastidio. Fastidio da intendersi come opportunità sprecata da parte di “Brickleberry” di esagerare con senno e convinzione.

2) Luther: Serie 1, 2, 3, 4. (BBC One)
Luther
Cosa guardiamo su Netflix? Mah, io ho sentito parlar bene di “Luther”, poi c’èIdris Elba! Allora tra le varie opzioni, guardiamoci la serie con Griselda! [semi-cit.]
“Luther” è un bel poliziesco, dove i singoli casi di malati mentali che compiono crimini efferati vengono affidati al controverso John Luthahhh, un poliziotto dal passato tormentato, tanto bravo nel lavoro quanto scontroso, risoluto e ombroso. Al suo fianco, un giovane di belle speranze e un distretto di polizia che dubita di lui, rendendogli difficile il lavoro spesso svolto senza seguire le regole.
Il primo caso della prima serie lo porta alla conoscenza di Alice Morgan, (interpretata da “bocca strana” Ruth Wilson), personaggio anch’esso ambiguo, perfetta partner non solo per le indagini del nostro John, ma anche per affascinanti dialoghi sulla natura complessa delle menti malate.
La serie, solida, dall’ottima regia e da un comparto tecnico eccellente, è composta da una serie di coppie di episodi per ogni caso, ed è condita in maniera fine da momenti di tensione e da colpi di scena efficaci, capaci di stupire e tenere incollati allo schermo.
Non è ancora chiaro se il progetto possa considerarsi concluso: si è parlato per anni di girare un film conclusivo, mai realizzato, e non è chiaro se la quarta serie abbia preso il suo posto. Nell’attesa di notizie ufficiali, ora è il momento giusto per farsi un bel binge watch.

1) Friday Night Lights: Stagioni 1, 2, 3, 4, 5. (NBC/The 101 Network)
Friday Night Lights
Consapevole del fatto che il non aver visto “Friday Night Lights” è una lacuna per chi si definisce appassionato di Serie TV, non potevo esimermi dal mettermi in pace con la coscienza e recuperare quella che, a detta degli esperti, è una esperienza televisiva imprescindibile. Beh, lo è davvero.
La serie si basa sull’omonimo libro (già adattato in film), trattando le vicende che ruotano attorno alla squadra di football della scuola di Dillon, città immaginaria del Texas. Conservando le tinte da teen-drama, “Friday Night Lights” sa essere molto di più, affrontando miriadi di tematiche non solo sportive, ma anche personali e soprattutto famigliari. La vita dei ragazzi si avvolge a quella del nucleo principale, la famiglia Taylor, che diventa per empatia anche la famiglia-tipo di noi spettatori. Coach Taylor e consorte si ergono a punto di riferimento grazie al rapporto tra loro, scritto in maniera ancora oggi originale, veritiero e sopraffino.
Spesso la serie si trova a seguire dei plot forzati, prevedibili o assurdi (#teamPoveroStreet, con tutte le sue sfighe, è l’emblema del “ma perché”), ma il prodotto resta comunque appassionante, dimostrando qualità proprio nel non far pesare le proprie sbandate. L’ottima gestione del cambio di generazione all’inizio della quarta stagione è l’ennesima prova della qualità di questo prodotto.
Preparatevi a piangere un oceano di lacrime, io ancora mi commuovo solo a pensare a “The Son” (4×05) o al magnifico finale “Always” (5×13).
Clear eyes, full hearts, can’t lose.


PREMIO “CI RIVEDREMO AL DI LÀ DEL SOLE”

Les Revenants: Stagione 2. (Canal+)
Les Revenants
Diciamocelo: il ritorno di “Les Revenants” era uno degli hype più hype della mia personale stagione televisiva, il dovergli già dire addio lascia in bocca un sapore agrodolce. Capiamoci: non era augurabile la realizzazione di una terza stagione, a causa sia della peculiarità del prodotto che della tipologia di racconto, mostratosi già in leggera difficoltà durante questo suo secondo arco narrativo.
La seconda stagione sfrutta il salto temporale tra le due serie per ripresentarci i luoghi e i personaggi a noi familiari, creando a una nuova introduzione e presentandoci nuovi misteri da svelare. Questa scelta ha creato una problematica importante, ovvero la perdita dell’intimità che aveva contraddistinto il racconto iniziale, sostituita dall’ampliamento narrativo e dalla voglia di approfondire l’architettura del mondo creato. Il risultato è una stagione che sì, chiude il cerchio, che sì, è ancora capace di commuovere e stupire, ma che sarebbe potuta essere gestita in maniera più fine e sartoriale.
Nel suo complesso “Les Revenants” è una serie potente, dalle tematiche forti, appassionanti e coinvolgenti, assolutamente da vedere in maniera attenta e concentrata, al fine di cogliere tutti i meandri dell’intricato racconto. Addio, Jenna Thiam.

The Good Wife: Stagione 7. (CBS)
The Good Wife
Siamo stati fortunati. La vita di “The Good Wife” è sempre stata in bilico tra rinnovo e cancellazione così che, quando durante il Super Bowl è stato rivelato che la settima sarebbe stata l’ultima stagione, ci è stato concesso di tirare un sospiro di sollievo: la storia avrebbe raggiunto la sua naturale conclusione. I King, pur avendo previsto fin dall’inizio un arco narrativo di sette stagioni (il conto delle parole nei titoli degli episodi ne sono la prova), hanno lasciato in mano a “bravi imitatori” la gestione della stagione (per occuparsi di “BrainDead”), scrivendone solo l’episodio iniziale e quello finale.
Non sono mai stato bravo nel parlare di “The Good Wife” e mi sento sempre poco adatto data la magnificenza che ci hanno regalato, ma il risultato di questa scelta è palese. La stagione soffre una linea narrativa vittima dell’incertezza, facendo muovere Alicia in scenari non spesso ben definiti o poco interessanti (qualcuno ha detto il caso di Peter?). La qualità resta altissima e il finale ne è l’ideale specchio: il cerchio si chiude in maniera palese, così tanto da far storcere il naso a primo impatto, ma è capace di acquistare il proprio valore a mente fredda, una volta posata la polvere.
“The Good Wife” è stata per anni la miglior serie in onda, un turbine di qualità spalmato, a differenza delle serie cable, su stagioni da 22 episodi. L’abilità con cui sono riusciti per anni a tenere in piedi il tema legge, con storyline fresche e moderne, scritte in maniera sublime e messe in scena da un cast straordinario fin nel più inaspettato personaggio secondario, sono e resteranno da olimpo della serialità televisiva.

Banshee: Stagione 4. (Cinemax)
Banshee
Anche qui il cuore si stringe nel dover dire addio alla serie più testosteronica di sempre. Ci saluta “Banshee”, l’amata accozzaglia di situazioni e personaggi a caso che si menano e trombano senza un domani.
In realtà questa descrizione sminuisce il prodotto: “Banshee” si è dimostrata, nel corso delle stagioni, molto più di quello che può sembrare a primo impatto. I plot, apparentemente buttati dentro ad un frullatore, si dimostrano solidi, andando a toccare corde emotive che mai ci si poteva aspettare da un prodotto il cui palesato obiettivo era quello di intrattenere il peloso e muscoloso uomo medio.
Come ben sappiamo, dentro a “Banshee” c’è TUTTO: mafia ukraina, furti di identità, albini, motociclisti, papponi, amish, nazisti, droga, sesso, indiani e chi più ne ha più ne metta. Al termine della terza stagione, il gruppo autoriale si è accorto che la storia, pur avendo il potenziale di andare avanti all’infinito, stava giungendo ad una naturale conclusione. La scelta di chiudere ha consentito di mantenere alto il livello della narrazione senza incappare nel più classico difetto della serialità americana: la stanchezza.
La stagione finale cambia inevitabilmente registro. Una parte della critica ha azzardato un paragone con “True Detective”, che mi trova d’accordo solo in parte. Lo schema problema-cazzotti-via che si va viene addolcito, cercando di approfondire i legami tra i vari personaggi e portare tutte le storyline ad una conclusione soddisfacente. La stagione riesce nell’intento dimostrando che sì, i tempi erano maturi per salutare tutti. Addio “Banshee”, addio mossa pugno-gomito.


“CATEGORIE A CASO”

Premio “WINTER IS COMING IS HERE” a…
Ófærð: Stagione 1. (RÚV)
Ófærð
Recuperata a caso e con un po’ di hype, viste le ottime parole sparse in rete,“Ófærð” (Trapped) si è rivelata degna di tali critiche eccellenti. Andrebbe recuperata solo per vivere dieci episodi in Islanda, dove si trovano tanta neve, tanto freddo e pochissime vocali.
La storia potrebbe essere definita come un classico poliziesco: in coincidenza con l’arrivo di un traghetto viene pescato dal mare un torso umano (senza arti e senza testa), capace di scatenare una serie di eventi ingigantiti da una tempesta di neve che isola il paese sull’isola (dovevo farlo).
La serie si sviluppa gestendo bene i propri tempi di racconto, mischiando presente e passato in maniera acuta, definendo così a tutto tondo i vari personaggi coinvolti nelle vicende. La arcigna lingua parlata non impedisce di cogliere l’ottimo lavoro attoriale del cast, capace di muoversi in sintonia con il mood della serie. La rivelazione finale è pienamente soddisfacente, grazie alla capacità da parte degli autori di gestire tutto lo spazio narrativo offerto dai dieci episodi.
“Ófærð” è la serie giusta da recuperare in queste settimane ancora torride: immergersi in questa oscura e fredda realtà “islandiana” aiuta ad ampliare i propri orizzonti, nonché a rinfrescare la mente.

Premio “GNOCCA SIDERALE CHEFFIGA UAO” a…
Flesh And Bone: Miniserie. (Starz)
Flesh And Bone
Si ok, la serie tratta la storia di Claire che decide di voler entrare in un’accademia di danza classica, dove troviamo tutto quello che ci si può aspettare, più qualche clichè, da una serie collocata in questa ambientazione.
Lo sviluppo narrativo non è né carne né pesce: ci si annoia difficilmente, ma non si urla dalla meraviglia. Il plot è un onesto mestierante, tra pochi alti e molta normalità, con alcune scene e alcuni dialoghi che fanno storcere il naso per pretestuosità o wannabe esagerati. Non mi soffermo sulla rivelazione cardine e su uno dei temi principali della serie, in quanto un tema del genere va costruito in maniera approfondita e affrontato con il giusto tatto. Vedere per credere: il finale riassume nelle sue scene tutti i miei ragionamenti.
Ma diciamocela tutta: perché “Flesh And Bone” dovrebbe vincere un premio nel classificone? BEH, PER SARAH HAY OVVIAMENTE, LA REGINA DELLA TELEVISIONE PER LA GRAZIA E LA CLASSE CON CUI INTERPRETA IL RUOLO AFFIDATOLE IN MANIERA LEGGIADRA ODDIO CHEBBONA GNOCCOLONA SIDERALE NUMERO UNO STRAFIGA DELLE MIE DONNE TELEVISIVE. Per non dare perle ai porci mi limito a linkare il suo profilo Instagram. Nel caso vi innamoriate, mettetevi in fila.

Premio “CHI SE L’ASPETTAVA” a…
Girls: Stagione 5. (HBO)
Girls
Tenetevi forte: “Girls” quest’anno non solo è stata convincente, ma è stata capace di confermare il buon trend della quarta stagione e mettere in scena un racconto efficace, gradevole e non presuntuoso.
Ha trovato il modo di approfondire, sviluppare e portare avanti le vite delle protagoniste in maniera puntuale, prendendosi il tempo necessario per concentrarsi su ognuna di esse senza esagerare nell’eccessiva caratterizzazione dei personaggi. Lena Dunham sembra aver perso il voler dimostrare a tutti i costi qualcosa di alternativo, pur conservando i suoi difetti principali che, per evidente bravura, non sono più una nota di critica ma uno sprono per dare sostanza al racconto.
Nulla a che vedere con le migliori serie dell’anno, sia chiaro, ma al momento le speranze che la sesta stagione metta in scena una degna conclusione sono alte. Chi l’avrebbe detto.

Premio “EPISODIONE ALL’IMPROVVISO” a…
BoJack Horseman: Stagione 2. (Netflix)
BoJack Horseman
Ci sarebbe da scrivere un trattato su “BoJack Horseman”, su come sia una delle migliori serie televisive in onda al momento per tematiche, complessità, qualità di scrittura e genialità. Il particolare mondo creato intorno a BoJack brilla di luce propria, pur accompagnando il suo protagonista nei meandri oscuri del vivere all’ombra del passato, faticando a trovare il proprio posto nel mondo e un pretesto per andare avanti.
La seconda stagione* scava ancora più a fondo e raggiunge l’apice del mi ammazzonell’episodio “Escape From L.A.” (2×11). BoJack tocca il punto più basso del proprio io, smascherato in maniera maestosa da una perfetta Olivia Wilde in versione cerbiatta, capace con una battuta di far gelare il sangue nelle vene dello spettatore. Quella scena mi è rimasta impressa per tutto l’anno, bisogna omaggiarla. Qualità.
*Anacronismo: è già disponibile la terza stagione.


 PREMIO “SCHIFEZZA DELL’ANNO”

3) Wayward Pines: Miniserie. (FOX)
Waymerd Pines
Bisogna ammettere che c’era un discreto hype su “Wayward Pines”. Vuoi per i buoni nomi coinvolti (in realtà due, Melissa Leo e Reed Diamond, ex “Homicide: Life On The Street”), vuoi per la produzione di Shyamalan, vuoi per i palesi richiami a“Twin Peaks” dei vari promo e del mood promesso in generale.
Tratta da un libro, “Waymerd Pines” segue le vicende di un agente FBI imprigionato in una città senza via d’uscita, con personaggi oscuri e una bella dose di mistero. La scrittura è banale e scontata ma per metà stagione non fa storcere il naso, fino alla rivelazione. Da quel momento in poi tutta la serie diventa banale, fa sbriciolare le basi su cui si regge e prosegue fino alla sua prevista conclusione tra diatribe interne senza senso, scene LOL, pipponi moralisti non necessari di personaggi con carisma zero e una più generale sensazione deldobbiamo arrivare alla fine, chissenefrega di come.
L’ultima scena ha spiazzato tutti: un finalone aperto che lascia presagire un seguito. I buoni ascolti hanno consisto alla serie di dare alla luce una seconda stagione*: era proprio necessario? “Non rispondo alle domande stupide” [cit.]
*Anacronismo: è già stata trasmessa e sì, fa ancora più schifo.

2) Defiance: Stagione 3. (SyFy)
Merdiance
La serie fantascientifica della quale frega niente nessuno è tornata con l’intenzione di fare annoiare sempre di più, fino a raggiungere i confini del cosmo.
Viene presentata una nuova razza aliena di colore viola, cattivona, che mangia la gente ed è odiata da chiunque. La stagione si basa principalmente sullo scoprire cosa vogliono questi qua e su come sconfiggerli, tra doppi giochi, situazioni sessuali imbarazzanti, gruppi di ribelli e morti casuali.
I nostri amati personaggi dei quali, ricordiamolo, frega assolutamente nulla a parte Julie Benz sempre bona, si trovano così a vivere episodi dall’esito incredibilmente SEMPRE SCONTATO, circondati da una CGI votata al risparmio e quindi divertentissima. Ogni tanto provano anche a buttarla sul sentimentalismo, rivangando il passato o ponendo dubbi morali su determinate scelte. Avrebbero potuto buttarla solo sui cazzotti, direte voi. No, non era un’opzione percorribile data l’incapacità di scrivere una buona scena con delle sberle.
Purtroppo “Merdiance” non tornerà più, ma la ricorderò volentieri come una serie di shtako.

1) Under The Dome: Stagione 3. (CBS).
Under The Merdome
Per il terzo anno di fila, “Under The Merdome” si colloca tra le schifezze dell’anno! Non ci ha deluso!
Ammetto di scrivere queste due righe senza ricordarmi minimamente cosa sia accaduto, ma posso con certezza affermare che di cose assurde ne sono successe anche troppe.
Fare il recap di una stagione così brutta non è certamente facile, ma possono aiutare un paio di parole utilizzate allo sfinimento IN TUTTI GLI EPISODI. I “cocoon” erano delle specie di bozzoli, nei quali i nostri personaggi si sono trovati imprigionati all’inizio della stagione. Dentro a questi cosi hanno così vissuto una realtà immaginaria, difficile da scindere poi da quella vera. Già non si capiva nulla in generale, figuriamoci inserendo una parte onirica nel racconto. La “kinship” era una sorta di alleanza malefica generata dalla volontà della cupola in collaborazione con una tale regina, nata però solo al termine della stagione in una scena durata mezzo minuto. La regina era la figlia della tizia con cui Barbie si è trovato fidanzato o sposato nella realtà immaginaria, che per il LOL nasce già adulta, uguale alla madre ma con una parrucca bionda.
Mentre scrivo tutto ciò sale in me la voglia di rivedere tutta la serie partendo dalla storica mucca tagliata a metà, bisogna che assegni il premio alla svelta e che la chiuda qui, senza rileggere quello che ho scritto.


Eccoci arrivati al momento serio:

IL CLASSIFICONE UFFICIALE DELLE MIGLIORI SERIE NELLA STAGIONE TELEVISIVA 2015/2016

10) Catastrophe: Serie 2. (Channel 4)
Catastrophe
Come l’anno scorso, anche quest’anno “Catastrophe” si è piazzata al decimo posto del classificone a parimerito con altre serie. Si merita la nomina per un motivo molto semplice: la seconda serie è stata in grado di confermare quanto di buono si era visto il primo anno, mantenendo una costanza di qualità quasi spaventosa, senza cali di tensione o momenti deboli.
La storia scritta e interpretata da Rob Delaney e Sharon Horgan tratta di una coppia formatasi a forza dopo una notte casuale, con tanto di figlio a sorpresa. Il romanticismo intrinseco potrebbe definirsi moderno, ma è la freschezza che fa fare alla serie un salto qualitativo notevole.
Si ride tanto, grazie anche al contorno di personaggi ben scritti capaci di reggere il gioco. Il colpo di scena in “Episode 1” (2×01) fa capire come gli autori non abbiano paura a spingere sui tempi, mentre l’esilarante e apertissimo finale “Episode 6” (2×06) è il culmine del racconto, il risultato finale di un’ottima progettazione del prodotto.
Se non vi ho convinto, guardatelo solo per vedere quanto fanno ridere i due protagonisti mentre trombano.

9) Show Me A Hero: Miniserie. (HBO)
Show Me A Hero
Quale sarebbe la miglior penna per raccontare la vera storia dello svuotamento di un sito con edilizia popolare e il successivo ricollocamento della popolazione (nera) in un quartiere borghese (bianco)? Beh, David Simon ovviamente.
Dopo l’esperienza con i projects baltimoriani, David Simon scrive con l’aiuto diWilliam F. Zorzi, “Show Me A Hero”, una miniserie che si cala nella realtà di Yonkers, New York e nelle sue mille sfaccettature.
Il protagonista è Nick Wasicsko (Oscar Isaac), un politico travolto dalle problematiche di una città ancora in conflitto col tema razzismo a cavallo degli anni novanta. La narrazione copre gran parte della sua vita, con i suoi alti e bassi e le sue complicanze morali, senza rinunciare ad affrontare le più problematiche tematiche politiche, la vita nei projects e più in generale la vita della comunità.
“Show Me A Hero” è composta da sei episodi e copre un ampio arco temporale: la qualità è uniformemente distribuita in ogni singolo segmento, rendendo inutile il gioco del segnalare gli episodi degni di nota. È un prodotto completo e scorrevole, dove ancora una volta la città si trasforma in protagonista. Il marchio di fabbrica di David Simon.

8) Broad City: Stagione 3. (Comedy Central)
Broad City
Dopo il primo posto nella passata stagione televisiva, “Broad City” riesce a confermarsi per il terzo anno consecutivo nella top ten, dimostrando di essere una delle migliori comedy in circolazione.
Abbi e Ilana tagliano ancora una volta New York secondo il loro punto di vista, spingendo sulla loro comicità, insistendo particolarmente sull’aspetto grottesco delle sceneggiature e della caratterizzazione dei personaggi.
Tutti gli episodi sarebbero citabili per un motivo o per l’altro e basterebbe solo l’eccezionale cold-open di “Two Chainz” (3×01) per capire quanto sia divertente questo prodotto, capace di autoreferenziarsi anche in piccoli frammenti. La stagione è ricca anche di guest star importanti come in “Game Over” (3×03), l’apoteosi dell’Ilana a lavoro o come in “2016” (3×05), dove esplode la fierezza politica. Tra le altre cose, non posso non citare il lancio della scarpa in“Getting There” (3×09): si ride tanto, tantissimo per un gesto così stupido.
Questa stagione si dimostra attenta ai dettagli come non mai e solida come le precedenti, restando fresca, frizzante e capace ancora di convincere, nonché DI FAR RIDERE. YAAAS KWEEEEN.

7) Making A Murderer: Stagione 1. (Netflix)
Making A Murderer
Lo sapevo che l’aver messo nello scorso classificone “The Jinx: The Life And Deaths Of Robert Durst” avrebbe creato un precedente. È così che anche quest’anno finisce tra le migliori serie dell’anno quella che in realtà è un documentario.
“Making A Murderer” narra le vicende di Steven Avery, un ragazzo scagionato dopo 18 anni di galera per una sbagliata accusa di stupro. È da questa condanna che il racconto prende forma: una seconda accusa, questa volta per omicidio, porta Averydi nuovo tra le braccia della prigione e tra i tentacoli della giustizia.
Il documentario compie un’impresa titanica nel muoversi tra una miriade di documenti, personaggi, accuse e contro-accuse, mostrandosi capace di trasformare una storia vera in racconto televisivo, ricca di colpi di scena come in“Indefensible” (1×04) o in “The Last Person To See Teresa Alive” (1×05).
Una delle critiche rivolte alla serie è l’eccessivo sbilanciamento in favore della difesa, ma la caduta nei meandri di un caso che ancora oggi non ha avuto una piena conclusione (è stata ordinata una seconda stagione da Netflix), mostra sia come il punto di vista possa risultare cruciale, sia come la vita vera possa essere seriale, drammaticamente seriale.

6) Fargo: Stagione 2. (FX)
Fargo
Beh, troppe parole positive scoraggiavano la visione, ma ho dovuto recuperare “Fargo” perché si sapeva che sarebbe finito nel classificone. E infatti.
Imprescindibile il film da cui è tratta la serie, la prima stagione ricordiamo essere un abilissimo remake in salsa seriale, capace di crearsi la propria forma in un contesto tecnico di altissimo livello. La seconda stagione azzarda cambiando epoca, protagonisti, cast (Kirsten Dunst, METH DAMON) e senso complessivo. In maniera straordinaria la storia si collega ai precedenti lavori, creando un universo convincente e coeso. La seconda stagione è meglio della prima, poche balle, traendo forza dalla sua autonomia e da una scrittura maestra nel comporre una storia completa e funzionale al progetto.
Tensione già altissima in “Before The Law” (2×01), l’apice del cagarsi addosso con l’ansia a manetta di “Loplop” (2×08), la deriva fantascientifica che chissà a cosa porta di “The Castle” (2×09) e le rivelazioni di “Palindrome” (2×10): in questa seconda stagione abbiamo tutto quello che si può volere da una serie tv.
“Fargo” si è cucita addosso regole proprie di autosostentamento (un’antologia orizzontale), dimostrando di avere le carte in regola per segnare lo sviluppo della serialità televisiva. Va recuperato.

5) The Leftovers: Stagione 2. (HBO)
The Leftovers
Anche “The Leftovers”, dopo il rinnovo, si è trovata a non avere più le basi su cui poggiare il proprio racconto, avendo risolto con la prima stagione tutto l’arco narrativo del libro di Tom Perrotta da cui è stata tratta la serie. Ci siamo così trovati nelle mani del fin troppo dibattuto Damon Lindelof, cosa che poteva andare tanto bene quanto male, a seconda dello schieramento di cui sembra sia inevitabile far parte per poter discutere dei suoi lavori.
Assistiamo così ad una sorta di reboot: “The Leftovers” cambia location, spinge sul misticismo e sul “mistero” (occhio ad usare questa parola), interviene con puntuali e precise aggiunte di cast, nonché decide di darsi un punto di arrivo a cui giungere con piccoli passi, riordinando uno alla volta i pezzi del puzzle.
Già da subito la nuova opening convince, ma come non citare la lunga e straordinaria sequenza iniziale, con tanto di episodio intero di presentazione “Axis Mundi” (2×01), come non citare il finale di “A Most Powerful Adversary” (2×07) legato all’oniricità di “International Assassin” (2×08), o come non citare il potente finale “I Live Here Now” (2×10), massime espressioni di racconto televisivo.
Il comparto tecnico, come sempre, accompagna in maniera eccelsa la scrittura di una stagione contorta, ma funzionale al racconto e alle sensazioni da far provare allo spettatore. Il rinnovo per una terza e ultima stagione lascia intendere come“The Leftovers” voglia essere un’opera completa e compatta, smarcandosi da qualsiasi pressione sulla durata. Sarà in grado di mantenere alti i voti come ha fatto appena uscita da scuola? In attesa del verdetto, recuperare subito.

4) Rectify: Stagione 3. (SundanceTV)
Rectify
Danielino, oh Danielino.
Cosa mai vuoi dire a “Rectify”. Chi non la conosce non può capire cosa significhi stritolare il cuore, scassare l’animo e lasciare in mente un retropensiero piacevole, capace di accompagnare lo spettatore per giorni.
Nella terza stagione l’ordine degli episodi torna a calare (sob) e la storia prosegue adagiandosi sugli allori, ma non in senso negativo! Solo “Rectify”, infatti, può permettersi di girare allo stesso regime e specchiarsi su sé stessa, sfruttando il proprio superpotere del non stancare MAI.
Il caso di Danielino si sviluppa risolvendo il finale della scorsa stagione e viene indagato a dovere, lentamente, appoggiandosi alle storie collaterali fatte di scritture da lacrime. In “The Future” (3×05) e in “The Source” (3×06) si piange come non mai, lacrime calde scaturite dall’affetto che si viene inevitabilmente a provare per i personaggi coinvolti, grazie alla sapiente capacità di costruire momenti e situazioni.
Il viaggio di Daniel verso il finale è straziante, così come sarà straziante assistere alla conclusione definitiva nella quarta e ultima e stagione. Arrivederci, senza ombra di dubbio, all’anno prossimo.

3) Review: Stagione 2. (Comedy Central)
Rectify
Sul gradino più basso del podio staziona la geniale “Review”, che nella sua seconda stagione non solo è in grado di confermarsi come genialata senza fine, ma spinge ancora di più sull’acceleratore e diventa una genialata eterna.
Il prodotto di Andy Daly, basato su un’omonima serie australiana, si preoccupa, in un format stranissimo capace di auto-abbattere la quarta parete, di recensire le esperienza di vita. Cosa significa? Fittizi individui chiedono a Forrest, il protagonista, di recensire esperienze come rubare, fare un’orgia, mangiare 15 pankakes, curare un gay o essere sepolto vivo. Forrest si butta a capofitto in ogni recensione, stabilendo poi un voto da una a cinque stelle.
La seconda stagione si spinge più in là, aumentando la serietà delle missioni e aumentando la loro relazione con la vita privata di Forrest. Si ride molto e bene, tra le altre, in “Cult/Perfect Body” (2×04) e in “Murder/Magic 8-Ball/Procrastination” (2×08), Ma è nel finale che tutto assume un tono di genialità senza precedenti per astuzia, freschezza, complottismo e irriverenza, rappresentati al meglio nel finale “Conspiracy Theory” (2×10).
Il rinnovo per la terza e conclusiva stagione è arrivato dopo un po’ di agonia negli ascolti, ma potrebbe essere una delle migliori notizie dell’anno seriale.“Review” è il genio e non vedo l’ora di vedere cosa si inventeranno alla fine.

2) The Americans: Stagione 4. (FX)
The Americans
Cosa vogliamo dire a “The Americans” quando la quarta stagione risulta essere, a conti fatti, migliore delle tre precedenti?
Possiamo solo tessere le lodi di questa grande opera televisiva, capace anch’essa di confermarsi e migliorarsi anno dopo anno, capace di approfondire tutte le tematiche a noi care, rincarare la dose e raggiungere livelli altissimi di ammirazione.
La quarta stagione riesce anche in una delle imprese più difficili per la televisione americana: dare importanza ad una teenager senza scatenare sentimenti assassini nello spettatore. Merito anche di Holly Taylor, che impersona un ruolo difficilissimo con grande abilità e convinzione.
Non si può rischiare di spoilerare cosa succede alle nostre spie russe preferite, sarebbe un crimine, ma non si può non citare la segregazione e l’ammissione di una fine in “Chloramphenicol” (4×04), l’ansia di “Travel Agents” (4×07) o, tra le altre cose dell’ottimo finale, l’eccezionale monologo del nostro Colin Sweeney (Dylan Baker) in “Persona Non Grata” (4×13). La seconda metà di stagione martella con qualità a ritmo costante, in maniera così concreta da aver paura nel pensare che tutto nasca da mente umana.
“The Americans” diventerà una serie destinata a far parlare di sé per anni e si andrà ad assestare nell’olimpo seriale. Sono pronto a scommettere che nelle prossime due stagioni (è stato già fissato il series finale al termine della sesta stagione), ne vedremo delle bellissime. Io ve l’ho detto.

1) Mr. Robot: Stagione 1. (USA Network)
Mr. Robot
“Mr. Robot” è arrivata a caso, durante la scorsa estate*, ed è stato chiaro fin da subito che sarebbe stata il punto di riferimento per tutto l’anno seriale, il mostro da battere per ottenere l’ambito primo posto nel classificone. Nessuno è riuscito nell’impresa.
La storia narra le vicende di Elliot Alderson, interpretato da un MOSTRUOSO Rami Maleck, un cyberingegnere/hacker disturbato alle prese con un associazione di “hacktivisti”, con la missione di attaccare la multinazionale “E Corp”. Non immaginatevi quattro nerd in una stanza a compilare stringhe di codici. Immaginatevi un opera profonda intenta a scavare nei meandri più contorti della mente umana, tra oniricità, elucubrazioni mentali e situazioni al limite del surreale. Il tutto supportato da un plot estremamente realistico, coninvolgente e appassionante, ricco di colpi di scena scaturiti da una scrittura perfetta e coadiuvati da scelte registiche e fotografiche da avanguardia. Come se non bastasse, il cast si è dimostrato all’altezza grazie alle superbe prove (tra gli altri) delle stupende Portia Doubleday e Carly Chaikin, di Christian Slater e del già citato MOSTRO Rami Malek.
Lo dicevo all’inizio: fin dal pilot “eps1.0_hellofriend.mov” (1×01) si capisce che siamo di fronte ad una serie esaltante e la prima prova ufficiale arriva al termine di “eps.1.5_br4ve-trave1er.asf” (1×06) grazie ad una scena da pelle d’oca e non solo. Il punto di svolta, la maturità e la laurea arrivano alla fine di“eps1.7_wh1ter0se.m4v” (1×08), dove la scelta di scoprire le carte in tavola diventa sì coraggiosa, ma necessaria, precisa e puntuale nelle tempistiche come raramente si era mai visto prima.
Sam Esmail ha gettato le basi del suo mondo, ne ha fatto uno stile e su di esse ha creato un prodotto senza rivali, capace di spingersi oltre sé stesso in maniera sempre perfetta. Non si può dire di capire qualcosa sulle serie televisive senza aver visto (e amato) “Mr. Robot”.
*Anacronismo: è in corso la seconda stagione.


Ho dato.
CLICCANDO QUI potete trovare il Classificone 2015-2016 completo, con le relative medie stagionali frutto delle mie malate classificazioni.
QUI potete trovare il Classificone 2014-2015.

All’anno prossimo, nella speranza di avere altrettanto materiale su cui discutere,
Boss.

 

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