Il Classificone Televisivo 2014-2015

Eccoci ancora qui. Per la terza volta, dalla nascita di questo blog/archivio, provo a stilare la classifica di tutto ciò che mi è passato davanti agli occhi in questo intenso anno televisivo 2014/2015. Sarà una classifica decisamente anacronistica, con tante serie giudicate a discapito delle nuove stagioni già disponibili. Ma le regole le faccio io, ed essendo che il mio anno seriale è compreso tra il 01/06/2014 al 31/05/2015, giudico solo quello andato in onda in questo periodo.

Le categorie sono quattro:
– Il PREMIO “RECUPERO DELL’ANNO” mette in mostra quelli che sono stati i migliori recuperi della mia personale stagione televisiva. È una classifica arbitraria, che lascia fuori i recuperi di serie ancora in corso e si concentra su serie terminate;
– Il PREMIO “CI RIVEDREMO AL DI LÀ DEL SOLE” si limita a ricordare le serie giunte alla loro naturale conclusione durante la stagione televisiva (con le dovute eccezioni);
– Le CATEGORIE A CASO servono solo ed esclusivamente per parlare di quelle serie che in un modo o nell’altro hanno lasciato il segno;
– Il “PREMIO SCHIFEZZA DELL’ANNO” premia le peggiori serie andate in onda e che, per un motivo o per l’altro, mi sono trovato costretto a guardare;
– Il “CLASSIFICONE UFFICIALE” ordina quello che ritengo essere stato il meglio della stagione televisiva tra quello che ho visto (sempre meglio specificare).

Bando alle ciance, iniziamo.


PREMIO “RECUPERO DELL’ANNO”

1) Daria: Stagioni 1, 2, 3, 4, Film, 5, Film. (MTV)
Daria
Pur avendo una lista di serie più importanti da recuperare, la scelta è caduta a caso su “Daria”, serie animata dei tardi anni novanta che, in base ai miei pregiudizi, avrebbe dovuto trasudare acidità, sarcasmo e battute memorabili. Non è andata proprio così.
“Daria” è una serie adolescenziale, ambientata nella più classica delle high school americane, con personaggi fortemente caratterizzati. È una premessa difficile da accettare ma, con un occhio critico, le macchiette risultano gradevoli e spesso irresistibili. Il padre iperapprensivo, la madre schiava del lavoro, il FASHION CLUB, il rocker consumato, il maniaco, il corpo docente e la cheerleader con il quaterback che in due non fanno un chilo, sono lo specchio di una società banalizzata al limite del sopportabile: è compito di Daria e Jane (l’amica artista), criticare, sviscerare e sopportare le situazioni nelle quali finiscono per piombare, come se fossero specchi di uno spettatore intento a smarcarsi dai cliché di base.
La scrittura è buona: i dialoghi sferzanti, spesso più profondi del previsto, tengono alta l’attenzione, supportati da una vena comica tendente al nero ma mai esagerata.
“Daria” regala momenti ordinari ed episodi speciali, capaci di spezzare l’andamento a rischio monotonia dell’intera serie. Da ricordare, fra i tanti, “The Big House” (1×10), “Quinn The Brain” (2×03), “See Jane Run” (2×11). La terza stagione scorre senza colpo ferire, mentre la quarta e la quinta, supportate da due film intermedi “Is It Fall Yet?” e “Is It College Yet?”, sviscerano in maniera gradevole il rapporto d’amicizia improvvisamente a rischio, per colpa del fastidioso Tom, tra Daria e Jane. I finali di stagione “Dye! Dye! My Darling”(4×13) e “Boxing Daria” (5×13) sono la prova della maturità raggiunta dalla serie alla fine del ciclo.
Gradevole, ma solo se vi capita sotto mano.


PREMIO “CI RIVEDREMO AL DI LÀ DEL SOLE”

Parks And Recreation: Stagione 7. (NBC)
Parks And Recreation
Addio Pawnee. Singhiozzando come se fosse morto di nuovo Li’l Sebastian, dare l’addio ad una delle comedy più pucciose, originali, ben pensate, ben scritte e ben recitate degli ultimi anni non è per niente facile.
È difficile dire addio ad un gruppo così serialmente affiatato (a parte Tom, mai sopportato), mancheranno TUTTI. Sono stati in grado di regalarci personaggi memorabili come Leslie, il maestro di VITA RON SWANSON (missione: costruire e vendere anelli fatti in casa), la coppia cuoricioni Andy & April, il nerdissimo Ben, Retta, Chris, Ann (a volte) ma soprattutto il mio idolo LARRY, GARRY, GINO o come volete chiamarlo.
L’ultima stagione chiude il cerchio in maniera particolare: fa senza due personaggi importanti, si sposta nel futuro e soffre la nuova collocazione temporale generando alti e bassi. Ci fa capire che senza Ron e Leslie dalla stessa parte è dura, ma riesce a sopperire con la solita maestria, a tornare sui suoi passi e a regalarci il bellissimo doppio finale piangerone “One Last Ride” (7×12, 7×13), ultimo grido d’amore capace di cogliere presente, futuro e futurissimo.
“Bye, Bye, Parks And Recreation, miss you in the saddest fashion”. SIGH.

Boardwalk Empire: Stagione 5. (HBO)
Boardwalk Empire
Ebbene sì: quest’anno abbiamo dovuto dire addio anche a Bordualco Emporio, come l’ho sempre chiamata. Premesse formidabili fin dal principio: il proibizionismo, visto dagli occhi di un personaggio di spicco di Atlantic City (l’ottimo, ottimo Steve Buscemi). Per anni il traffico di alcolici, di omicidi, di gang della malavita e di affari illeciti è stato nelle mani di un cast formidabile che, tra licenze autoriali e una forte base di realtà che mi ha colpito, ha rappresentato un periodo della civiltà americana dominato dall’arrivismo e dall’ipocrisia dell’appariscenza. Colpi di scena formidabili e villain non da meno hanno alimentato stagioni dettate da una regia sempre attenta e da una scrittura fluida, con i classici alti e bassi spesso dovuti a storyline non all’altezza e momentoni lentissimi.
L’ultima stagione ci ha portato avanti nel tempo. Un andirivieni tra il futuro, ora presente, e il passato di Nucky Thompson che ha tirato le fila di un racconto negli anni lento, troppo spesso lentissimo e pieno di personaggi in esubero verso i quali gli autori hanno dimostrato un accanimento quasi terapeutico. Van Alden, Margareth e Gillian, dopo il loro ciclo iniziale, hanno perso di qualsiasi utilità ma ci sono stati propinati senza ritegno.
“Boardwalk Empire” verrà ricordato come prodotto solido, ricchissimo di colpi di scena (qualcuno ha detto Jimmy?), purtroppo conditi con una lentezza inversamente proporzionale ai deliri di Al Capone. Mancherà, comunque.

The Following: Stagione 3. (FOX)
The Following
Addio #TheTrollowing. Non è riuscito a giungere alla sua naturale conclusione, grazie alla MERITATA E SACROSANTA CANCELLAZIONE, ma non per questo #TheMerdollowing non merita un adeguato saluto.
La terza stagione rasenta la schifezza pura: il nostro amato Ryan, con la sua nemesi nel braccio della morte, si trova a combattere contro i propri fantasmi. L’alcool, i colleghi, la fidanzata e i seguaci di Joe Carrol sempre più allo sbando, capaci di ammazzarsi tra loro nella comico tentativo di diventare EREDI DEL MALE. Momento toccante è la morte di Joe Carrol con tutto quello che la precede: dialoghi forzatissimi (citano di nuovo E.A.Poe!), fughe oniriche e momenti di palese tensione sessuale tra i due.
La serie ci regala le solite facce di Kevin Bacon post-omicidi, un incrocio tra la troll-face e un poco velato “chi me l’ha fatto fare”: il nostro Ryan Hardy ha l’innata capacità di arrivare sempre tardi e di non salvare mai nessuno, regalandoci momenti di vero drama e di caduta nella propria autocommiserazione. Elementi che, nel comico finale aperto, portano il nostro idolo a fingere la propria morte per liberarsi di tutti, in modo di poter partire alla ricerca del proprio io. Salutiamo “The Following” sapendo che, al di là del sole, ci sarà finalmente #RyanLibero.


“CATEGORIE A CASO”

Premio “SIGLA GENIALE” a…
Unbreakable Kimmy Schmidt: Stagione 1. (Netflix)
Unbreakable Kimmy Schmidt
Ok, si merita il premio non solo per la sigla, ma la genialità che trasuda tra le note di apertura è lo specchio fedele della genialità della serie.
La protagonista è Kimmy Schmidt, seguace di un culto, che viene liberata dopo 15 anni di reclusione sottoterra. L’intervista rilasciata dal vicino (GUARDALA QUI) spiega cosa sia successo, MA SI TRASFORMA in un video virale GENIALE che diventa la sigla dello show (QUI).
Creata da Tina Fey e Robert Carlock, “Unbreakable Kimmy Schmidt” parte da premesse assurde per creare una comedy fresca, agile, colma di personaggi amabili, rappresentati da un cast che si dimostra all’altezza e fedele a Tina Fey (Krakowski e Hamm tra gli altri). Il potenziale è infinito date le poche premesse iniziali, le storyline semplici svariano tra le più diverse tematiche e la sensazione è che non può fare altro che migliorare ancora. Una delle novità dell’anno, da guardare degustando un Peeno Pinot Noir.

Premio “AMERICANITÀ” a…
The Last Ship: Stagione 1. (TNT)
The Last Ship
“The Last Ship” partiva con premesse preoccupanti: un virus micidiale, una sola nave americana lasciata intonsa e la produzione di Michael Bay. BOOOOOOOM.
La preoccupazione principale era quella di trovarsi di fronte alla solita serie post-apocalittica: personaggi insulsi che compiono scelte ridicole, attori cani, plot senza senso (tipo “The Walking Dead” in fattoria, ecco). Beh, non è andata così.
La prima stagione* non è nulla di memorabile, sia chiaro, ma non rimane vittima delle proprie pretese. L’azione, la scrittura, i dialoghi, le missioni, i momenti LOL e i momenti DRAMA reggono su una base sola, cardine di tutto: l’AMERICANITÀ. Il patriottismo è così spinto che, dopo ogni episodio, si vede a STELLE E STRISCE, ci si sente parte degli UNITED STATES OF AMERICA e si spera che l’AMERICANITÀ sconfigga tutto ciò che non è AMERICANO. Guardate solo la faccia del capitano in primo piano, un vero e proprio DURO YANKEE.
Ambientare una serie su una nave non è facile, ma senza troppe pretese non ci si annoia mai, tutto ha un filo logico e niente fa gridare all’estremamente ridicolo. Fa solo gridare U.S.A.! U.S.A.! U.S.A.!
*Anacronismo: è in corso la seconda stagione.

Premio “EPISODIONE ALL’IMPROVVISO” a…
Inside Amy Schumer: Stagione 3. (Comedy Central)
Inside Amy Schumer
La terza stagione di “Inside Amy Schumer” è la migliore, dimostra maturità sia dal punto di vista compositivo che comico, con momenti divertenti e prese per il culo spietate. Il format è dalla sua parte grazie alla formula degli sketch e, grazie al totale controllo sui tempi, Amy può fare quello che vuole, anche lasciare le cose a metà.
All’improvviso la luce: il terzo episodio della stagione “12 Angry Man Inside Amy Schumer” è qualcosa di sublime, uno stand-alone in bianco e nero che scimmiotta 12 Angry Man. Un insieme di guest-star di alto profilo dibattono su un tema fondamentale, una domanda che attanaglia lo spettatore fin dal pilot: Amy Schumer è chiavabile? Un piccolo capolavoro slegato totalmente dal contesto della serie, una perla da vedere.
It’s Always Sunny In Philadelphia: Stagione 10. (FXX)
It's Always Sunny In Philadelphia
Oh, avete presente la figata del piano sequenza di quattro minuti fatto nella prima stagione di “True Detective”? FIGATISSIMA!
Beh, non avete visto quello che la gang schifosa è riuscita a realizzare.
Nel quarto episodio della DECIMA stagione “Charlie Work”, un’ispezione sanitaria al Paddy’s scatena l’inferno: dieci e passa minuti di piano sequenza dal ritmo infernale (ok, c’è qualche trucchetto, ma roba da Hitchcock, velocissimo, folle, stracolmo di inside-jokes, assurdo e non divertente… Di più. Non ho richiamato“True Detective” a caso: l’ispirazione è palese e dichiarata dagli autori e messa in luce da Danny, scimmiottatore perfetto di Matthew Mecconaghy. Ragazzi, ripensare a Frank cosparso di nero col flauto in mano mi fa ancora ridere a distanza di mesi.


PREMIO “SCHIFEZZA DELL’ANNO”

3) Helix: Stagione 2. (SyFy)
Helix
Non credevo potessero far peggio della prima stagione e invece son riusciti a farmi dire il classico E INVECE.
Pochissime idee dall’inizio. Un’abbazia a caso al posto della base in antartide, il capo del culto al posto del capo della base, esperto in botanica al posto dell’esperto in biologia, poi boh: un’accozzaglia di situazioni ridicole (il fratello diventato protagonista con zero carisma), Bill Campbell monaco terrorista all’improvviso, due linee temporali a caso, musiche alla Benny Hill in scene di PESCA IMMAGINARIA o LOTTE SAMURAI IMPROVVISATE E LUNGHISSIME. Poi i colpi di scena: il mega incesto, l’omicidio di massa, i militari che cercano UN ALBERO, incendi, fughe e una cura a qualcosa che non si è capito se fosse un virus fatto col miele…
Nei miei pensieri settimanali, l’ultimo episodio l’ho commentato così: “Premio della stagione a Peter, da eroe a folle nel giro di 13 episodi”. Non ho idea di cosa stessi parlando. È sufficiente a descrivere lo schifo?

2) Under The Dome: Stagione 2. (CBS)
Under The Dome
La seconda stagione* della “serie che piace ai vecchi e alle mamme” parte tra le risate generali sfruttando la cosiddetta tecnica del rimpasto: alcuni protagonisti della prima stagione vengono ammazzati su due piedi e palesemente rimpiazzati da altri mai visti prima… E dire che siamo sotto una cupola!
Ma “Under The Dome” sa fare schifo con una marcia in più: uno dei nuovi personaggi è una professoressa di scienze interpretata da Karla Crome, l’odiosa protagonista delle ultime serie di “Misfits”: GRAZIE. Il resto si basa sui soliti, ridicoli, problemi all’interno della cupola: piogge di sangue, bande che controllano il cibo, ragazze resuscitate senza memoria, triangoli amorosi (pirla-stronza-MORTA), zii assassini, ritorno di genitori a CASO e IL RITORNO DELL’UOVO ROSA che, vi giuro, occupa e preoccupa gli abitanti di Chester’s Mill per tutta la seconda metà di stagione (“lo voglio io, no lo voglio io, allora lo butto, aspetta che brilla…” COSÌ. PER. METÀ. STAGIONE.)
Sul più bello, reggetevi forte… I nostri riescono a scappare, ovvero escono dalla cupola! Ma la serie non finisce! Che genialata! Ora mi aspetto solo la gallina dalle uova rosa…
*Anacronismo: è in corso la terza stagione.

1) Ascension: Miniserie. (SyFy).
Ascension
Una serie evento di sei episodi ambientata negli anni ’60 a bordo dell’Ascension, un’astronave generazionale a metà del suo viaggio centenario verso un altro pianeta abitabile. Alle soglie del punto di non ritorno, un omicidio sconvolge la comunità.
CHEFFIGATA.
Anzi no, dopo dieci minuti del primo episodio: CHEMMERDACCIAMMERDA.
Le premesse erano per lo meno interessanti ma, dopo i primi minuti, la recitazione di un branco di cani, accompagnata da una scrittura BANALE E SCONTATA, la trasformano in una cosa brutta e senza senso. Il bello è che PEGGIORA: il colpo di scena alla fine del secondo episodio sconvolge IL GENERE DELLA SERIE, da Sci-fi a Boh-fi, cambia le carte in tavola e lascia interdetti. Teaser, promo, interviste, pubblicità PER NULLA. Non è quello che ci volevano far credere.
I restanti quattro episodi sono colmi di banalità, pochezza, storie a caso, superficialità, gradassaggine, recitazione orribile e momenti LOLWUTTF, che contribuiscono alla formazione delle più brutte sei ore di televisione dell’anno, forse del decennio, forse degli ultimi cent’anni. Forse di sempre.


Eccoci arrivati al momento serio:

IL CLASSIFICONE UFFICIALE DELLE MIGLIORI SERIE NELLA STAGIONE TELEVISIVA 2014/2015

10) Banshee: Stagione 3. (Cinemax)
Banshee
Tra le quattro serie a pari media per il decimo posto, “The Red Road”, “Better Call Saul”, “Catastrophe” e “Banshee”, quest’ultima la spunta per un motivo molto semplice: alla terza stagione riesce a mantenere le premesse e, in un certo senso, reinventarsi.
In onda sulla costola testosteronica di HBO, ci regala ancora momenti di grandissima azione sostenuti da una trama solida, sempre fresca e ravvivata dall’inserimento di “nuovi” villain, necessari per dare nuovo respiro ai personaggi.
“Banshee” è sempre spaccona, conserva il leggero filo introspettivo della seconda stagione, mescola le carte in tavola con CRUDI colpi di scena, come in “A Fixer Of Sorts” (3×03) e “Tribal” (3×05), costringendo i personaggi ad uscire dal loro sistema di riferimento collaudato. Assistiamo anche ad un riuscitissimo esperimento registico, l’episodio-videogioco “You Can’t Hide From The Dead” (3×07), una girandola di situazioni, scrittura, regia e fotografia capaci di infrangere il livello di GASAMENTO. Il finale, con quel sorriso, genera ancora una volta HYPE per il futuro.
Siamo al terzo anno in classificone su tre: è ora di recuperarlo.

9) The Good Wife: Stagione 6. (CBS)
The Good Wife
“The Good Wife” si conferma di essere quella macchina di perfezione che tutti conosciamo. Senza più pensare al colpo di scena della quinta stagione, ancora nei miei occhi, si parte col turbo inserito: storyline frenetiche, guest-star come se piovesse, mai uno sbadiglio, colpi di coda, violini e pianoforti come non ci fosse un domani.
Le tematiche si incastrano tra loro con la solita leggiadria, concentrandosi sulla politica e i suoi meandri tirando i fili del caso-Cary nella prima metà di stagione, per poi ricorrere allo schema consolidato di caso-episodio particolare, con qualche non ben riuscito esercizio di stile.
La stagione parte col turbo grazie a “The Line” (6×01) e “Trust Issues” (6×02), gioca con la storia di sé stessa in “Oppo Research” (6×04), fa venire l’ansia in“Hail Mary” (6×11), ma molla la presa nella seconda metà, dove si trova ad affrontare l’annunciato addio di Archie Panjabi. Kalinda è stato uno dei personaggi più maltratti, complice la labile struttura venutasi a creare negli anni attorno a lei, forse per mancanza di idee.
“The Good Wife” ha il pregio della solidità, dell’avere personaggi straordinari e uno stile di racconto senza rivali, capace di mascherare alla perfezione i propri passi falsi. L’immagine di Kalinda e Alicia non è casuale: chi c’era, sa.

8) Mad Men: Stagione 7. (AMC)
Mad Men
Parlare di “Mad Men” non è facile, soprattutto per colpa della sua magnificenza e della sua settima stagione spaccata in due anni seriali. La prima metà infatti vede il nostro protagonista Don alle prese con un sé stesso da ritrovare, del suo rapporto con l’agenzia, con Peggy, con Megan (mai entrata nel cuore) e con gli altri personaggi: manca di traguardo ben definito e il mid-season finale “Waterloo”(7×07), che ci fa atterrare sulla Luna, è uno specchio di questa mancanza.
La seconda metà ci fa avere un Roger con i baffi, nuove situazioni per tutti che mi hanno spaesato. Il salto temporale, i nuovi locali, l’inizio degli anni settanta sono roba nuova arrivata senza possibilità di assorbimento. Bisogna aspettare una delle vette “Time & Life” (7×11) per provare vecchie sensazioni. Ed è questo il mood del finale: luce sui personaggi, ognuno alla ricerca della propria pace compresa Betty, forse maltrattata nella scrittura ma redenta in “The Milk And The Honey Route” (7×13). Il finale è pressoché perfetto: la pace viene trovata, anche se non per tutti può avere lo stesso significato.
“Mad Men” chiude l’epoca d’oro della televisione e non posso far altro che ringraziarlo. Grazie Don, maestro di vita. Perdonate le banalità, sono stato solo un umile spettatore.

7) Orange Is The New Black: Stagione 2. (Netflix)
Orange Is The New Black
Parlare della seconda stagione è un po’ anacronistico*, ma le mie classifiche non si discutono.
Siamo di fronte alla prova del nove: riuscirà “Orange Is The New Black” a viaggiare con le proprie gambe, scostandosi dal libro e ampliando lo spettro del racconto?
La settima posizione risponde da sé: la stagione parte in sordina, si assesta dopo la gita fuori porta e introduce lentamente quello che sarà il villain della stagione. Introdurre un nemico da sconfiggere è un espediente banale, ma dall’ottavo episodio in poi si dimostra pienamente efficace. Emblema della stagione, tralasciando l’ottimo emozionante finale “We Have Manners. We’re Polite”(2×13), è “40 Oz Of Furlough” (2×09), un concentrato di situazioni create pian piano dall’inizio della stagione che trovano la loro esplosione narrativa, soprattutto dal punto di vista emotivo. Povera Red.
Cosa si inventeranno nella terza stagione? Io l’ho già vista, ma se sarà il caso ne parleremo l’anno prossimo. Il pallone è mio.
*è già stata resa disponibile la terza.

6) You’re The Worst: Stagione 1. (FX)
You're The Worst
Senza dubbio la comedy romantica dell’anno. Potrebbe essere, perché no, la“Catastrophe” (è la seconda volta che la cito, a ‘sto punto date un occhio anche a questa) dei trent’enni, nata con un presupposto semplicissimo ma dimostratasi da subito matura, fresca, coinvolgente e, perché no, pucciosa al punto giusto.
La “storia d’amore” dei due protagonisti, pieni di difetti, si sviluppa con costanza fin dall’inizio, sorretta da una buona scrittura, un buon cast e due spalle che riescono a ritagliarsi il giusto spazio, contribuendo allo sviluppo degli episodi e soprattutto ad arricchire la vena comica.
Il trittico finale è un crescendo: l’incontro con i parenti e i seguenti drammi in “Finish Your Milk” (1×08), lo scorcio sul passato con un matrimonio colmo di se e ma visto in “Constant Horror And Bone-Deep Dissatisfaction” (1×09) è l’episodio migliore della stagione mentre il finale, “Fists And Feet And Stuff” (1×10), stracolmo di discorsoni, pucciosità ha un finale YEAH, con quelle facce che mi hanno fatto urlicchiare.
Fate in tempo a recuperala e ad innamorarvi di Lindsey anche voi prima della seconda stagione.

5) The Americans: Stagione 3. (FX)
The Americans
Prima stagione: media 8,23. Seconda stagione: media 8,23. Terza stagione: media 8,23. Basterebbero questi miei inutilissimi numeri per far capire la solidità e la costanza di “The Americans”: un prodotto che continua ad affermarsi pur alzando l’asticella della difficoltà.
Nel terzo anno si districa e intrica ancora di più la situazione al termine della passata stagione: i drammi morali del rapporto Elizabeth-Phillip vengono sviscerati da ogni punto di vista, nel rapporto con la Madre Russia, nel rapporto con Paige e nel rapporto con la missione. Momenti crudi d’azione nell’ombra di una causa che mina costantemente la coppia e la loro visione del futuro. Nel frattempo, un contesto che coinvolge i personaggi secondari con grande maestria e un ritmo costante, cadenzato ed emotivamente coinvolgente.
La mossa azzardata di dare più spazio ad una teenager qui non disturba: la prima parte della stagione serve per rendere chiari gli obiettivi e ad inquadrare la seconda metà, nella quale succede LA ROBA. La povera Martha di “Divestment” (3×08), l’esplosione della bomba-Paige in “Stingers” (3×10) e la chiusura con “I Am Abassin Zabram” (3×12) e “March 8, 1983” (3×13) sono lo specchio della magnificenza di questo show. Qua c’è del maturo, se non siete in pari con “The Americans” tornate a guardare “Game Of Thrones”. Chiappette di Keri Russell VVB.

4) Utopia: Serie 2. (Channel 4)
Utopia
Una delle rivelazione del 2013, è tornata con quella che si è rivelata, causa non rinnovo, la sua seconda e ultima serie.
Famosa per aver messo in scena un complotto mondiale a suon di fotografia coloratissima, personaggi agitati, “Where is Jessica Hyde?”, scene splatter e pucciosismo all’inglese, nella sua seconda serie si ripete e si conferma.
L’inizio sarebbe potuto finire nella classifica dell’EPISODIONE ALL’IMPROVVISO: “Episode 1” (2×01) è un film a parte, cambia i personaggi e li porta indietro nel tempo, all’interno di un quadro storico utile a rendere ancora più verosimile la vicenda. È un fulmine a ciel sereno, di quelli che rendono il giudizio non più obiettivo. I restanti cinque episodi sciorinano il racconto, attraverso i soliti voltafaccia e colpi di scena a suon di proiettili e rivelazioni, intrecciando la storia con abile maestria.
Il finale, palesemente aperto, ha il sapore del più classico degli allungamenti di brodo, ma la sua apertura non fa storcere il naso visto quello che si sarebbe potuto vedere. In realtà ho un po’ di hype per il futuro remake di HBO (diretto da Fincher e scritto da Gillian “Gone Girl” Flynn), ma non ditelo in giro.

3) The Jinx: The Life And Deaths Of Robert Durst: Miniserie. (HBO)
The Jinx
Ero indeciso se mettere “The Jinx” nel classificone o meno, dato il suo essere un documentario, ma LAGGENTE DEVE SAPERE.
Si racconta la vita di tal Robert Durst, riccone col vizietto del trovarsi sempre nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Tentando di evitare gli spoiler, il racconto parte con l’indagine su un omicidio misterioso, con l’autore nei panni del giornalista d’inchiesta che raccoglie testimonianze della polizia, dei conoscenti e dei parenti, con lo scopo di inquadrare le vicende in un quadro obiettivo.
Ci si stacca difficilmente dallo schermo, per colpa di quell’ansia del voler sapere tipica di questi prodotti. La miniserie è costruita alla perfezione, col giusto intercalare di prove ed emozioni, in un climax che cresce pian piano ed esplode nel finale: “Chapter 5: Family Values” fa urlare, ma solo chi ha vissuto l’esperienza capisce quanto possa essere devastante UN RUTTO, IL SEMPLICE RUTTO nel finale “Chapter 6: What The Hell Did I Do?”.
Fatevi un favore, regalatevi questa esperienza.

2) Rectify: Stagione 2. (SundanceTV)
Rectify
Danielino, oh Danielino.
Il gioiello “Rectify”* viene messo alla prova con una seconda stagione da dieci episodi (a differenza dei sei della prima). Missione che sarebbe potuta essere difficile da superare, ma non per questa gemma che si dimostra solida, straziante e matura.
Difficile descrivere il mood: la stagione parte con lo straziante viaggio onirico di “Running With The Bull” (2×01), strania l’animo quando dona buonismo in“Donald The Normal” (2×04) e regala la giusta ansia nel finale “Unhinged” (2×10), esplodendo con la sua potenza emotiva nell’atteso momento abilmente costruito durante tutto l’arco della stagione.
“Rectify” è una perla vera, tocca tutte le corde dell’animo e diventa perfetta quando, con le giuste mosse, è capace di trattare argomenti difficili e profondi senza scadere nel noioso o nel banale, lasciando lo spettatore immobile a riflettere. E io immobile a riflettere, al buio, piangendo, rimango volentieri.
*Anacronismo: è in corso la terza stagione.

1) Broad City: Stagione 2. (Comedy Central)
Broad City
Prima posizione a sorpresa?
Dopo aver visto la prima stagione di “Broad City”, uno spaccato comico su New York vista dal basso, il potenziale si intravedeva e nel secondo giro di episodi è esploso definitivamente.
Le autrici/protagoniste Illana e Abby trovano il giusto ritmo e migliorano lo scenario folle, ironico e sgarbato dell’altrettanto protagonista New York, andando ad analizzare e sviscerare le problematiche della gioventù moderna, alla costante ricerca di sé stessa.
Parabole inversamente proporzionali sul mondo del lavoro in “Mochalatta Chills” (2×02), dove fan ridere anche le scoregge, il vicino di casa e la caccia a una borsa nei bassifondi del tarocco in “Knockoffs” (2×04), Vulva-rine in “Citizen Ship” (2×07), la deriva lesbo e l’incontro VIP di “Coat Check” (2×09): ogni episodio sarebbe citabile per plot, sviluppo, tempi comici, scrittura e caratterizzazioni sempre al limite dell’assurdo.
Nessun episodio di vertice, ma una costanza narrativa di alto livello preoccupante: qualora “Broad City” dovesse riuscire ad introdurre qualche picco narrativo in più (leggasi -qualche episodione all’improvviso), potrebbe diventare la più completa miglior comedy in circolazione. Se teniamo conto che già quest’anno lo è stata, sogno ad occhi aperti.


Ho dato.
CLICCANDO QUI potete trovare il Classificone 2014-2015 completo, con le relative medie stagionali frutto delle mie malate classificazioni.
QUI potete trovare il Classificone 2013-2014.
QUI potete trovare il Classificone 2015-2016.

All’anno prossimo, nella speranza di avere altrettanto materiale su cui discutere,
Boss.

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Al momento seguo:
Better Call Saul, Stagione 3
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Girls, Stagione 6
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Son Of Zorn, Stagione 1
Survivor, Stagione 34 (Game Changers)
The Handsmaid Tale, Stagione 1
The Last Man On Earth, Stagione 3
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