The X Factor (US): Stagione 2 (Completa)

Purtroppo per me, qualche settimana fa, mi sono imbattuto in un video su YouTube dal titolo “Meet Carly Rose Sonenclare: THE X FACTOR USA 2012”. La folgorazione è stata istantanea, da lì a poco mi sono trovato a guardare tutta la stagione, senza avere la più pallida idea di quello che mi sarei trovato davanti.

La struttura del programma è chiara. Si inizia con le Auditions durante le quali c’è la prima selezione, poi il Boot Camp e le Judges’ Homes aggiungono dosi di drama alla competizione, con ulteriori e alle volte inutili eliminazioni. Il noiosissimo Live Show chiude lo spettacolo.

Le Auditions sono, senza dubbio, la parte più interessante, divertente, dinamica ed emozionante di tutto il baraccone. Gli episodi offrono un montaggio spesso confuso, con momenti frenetici alternati a lentissimi approfondimenti non necessari. Il formato da tre ore permette di mostrare anche qualche divertente dietro le quinte, facendo salire la qualità degli episodi e aumentando il puro intrattenimento generato dalle sole audizioni. Ogni puntata alterna talenti puri a casi umani, spingendo lo spettatore ad appassionarsi sia agli uni che agli altri, ma più agli altri.
Il Boot Camp è fondamentalmente un campo raduno, dove i concorrenti vengono scremati fino ad arrivare al numero consono per le case dei giudici. Le sfide sono mal rappresentate e il tempo concesso a questa fase della gara è poco, sia per far conoscere meglio le storie dei protagonisti sia per mettere in luce i talenti più puri. Il ripescaggio finale con la composizione di gruppi ex novo giunge, per me, inaspettato. The X Factor si differenzia dagli altri reality canori per la possibilità che dà ai gruppi di partecipare, ma il fatto che ne vengano creati di nuovi, per arrivare al giusto numero di concorrenti per la fase finale, sembra un’imposizione di Simon Cowell, particolarmente a suo agio nel gestire questo tipo di situazioni musicali. Guarda caso gli vengono proprio assegnati i gruppi, nel mal celato tentativo di trovare il nuovo fenomeno musicale del momento.
Le Judges’ Homes sono INUTILI. Ok, i concorrenti hanno la possibilità di legare e prendere confidenza con i propri mentori, ma le eliminazioni servono solo ed esclusivamente a fare spettacolo. Ancora più inutili le comparsate dei personaggi famosi per aiutare i mentori a mandare a casa due partecipanti su sei. Vedere Bieber che giudica gli over 25 non ha avuto molto senso. L’unica nota di merito la hanno le vere protagoniste di questa fase: LE CASE.
Ci siamo. Dopo le eliminazioni inutili delle Judges’ Homes arriviamo al NOIOSISSIMO Live Show. La struttura è particolare: due ore per fare esibire i concorrenti e un’ora il giorno dopo per dare i risultati del televoto. Dopo il primo live, con l’ennesima inutile eliminazione scelta dai giudici, la struttura perde terribilmente di potenza. Le varie eliminazioni creano buchi durante lo show: dove prima si esibivano dodici concorrenti, ora se ne esibiscono sei, poi quattro, portando all’inserimento di noiose parti registrate o alle ancora peggiori doppie esibizioni (alle volte ripetendo canzoni già sentite). L’episodio con i risultati è, ogni settimana, sempre peggio: ospiti illustri cercano di alzare gli ascolti con performance live al minimo dell’interesse, supportati da un duo di presentatori spesso poco in sintonia. Mario Lopez, con la sua faccia da Bayside School, ruba la scena all’inutile Khloé Kardashian, che si limita a fare domande imbarazzanti ai concorrenti e a provarci con Cowell. Si salvano solo i giudici che con i loro battibecchi, strappano spesso un sorriso. Il pubblico in sala è l’ennesima nota negativa dello show dal vivo: l’americano medio non va ai concerti per ascoltare, ma per urlare ed esternare la propria euforia. Questo è un dato di fatto da SEMPRE e ho trovato terribilmente fastidioso che le urla del pubblico disturbassero, a volte anche in maniera grave, le esibizioni o le valutazioni dei giudici. FATELI TACERE.
Il finale è un’americanata all’ennesima potenza: quattro ore per decretare il vincitore, quattro ore di inutile televisione, talmente inutile che si esibiscono, per una seconda volta, i One Direction per cercare di alzare gli ascolti (che alla fine registrano un onesto 3.1). Il fatto che vinca il concorrente sbagliato rende il tutto ancora più inutile.

Perché dico questo?
Perché la vera vincitrice dell’edizione 2012 di The X Factor doveva essere l’idola indiscussa della stagione: Carly Rose Sonenclare PANDA ROSS.
Panda avrebbe avuto tutto quello necessario per vincere, partendo dal nome, passando per il carisma e arrivando al puro talento. È uno di quei soggetti che rendono le Auditions imperdibili, insieme a tutti quei personaggi strambi che fanno ridere ma che in fondo sono bravi. La maggior parte di questi soggetti verrà scartata nel Boot Camp (addio, Trevor), sempre se nel Boot Camp saranno stati in grado di arrivarci fisicamente. Maledetta polmonite.
Tifare gli idoli, però, è facile. Sono belli, bravi e simpatici. Molto più difficile è sostenere i casi umani, che nel mio cuore trovano sempre un angolino caldo e confortevole. I casi umani sono dei disadattati, spesso si credono BRAVI quando in realtà fanno CAGARE: per questo non possono non essere amati. La mia categoria preferita di casi umani sono le bitches tutte perfettine che poi cantano da merda. Poi ci sono i vecchi bacucchi, i soggetti violenti, i piagnucoloni, i ladri di microfoni, i violenti, i fanboy di Britney Spears e quelli che hanno lavorato con lei cent’anni fa, ma che non ce l’hanno fatta. Casi umani, grazie di esistere.

A giudicare quest’accozzaglia di personaggi troviamo i quattro giudici. Due già presenti nella prima edizione, L.A. Reid e Simon Cowell, assieme a due nuove entrate come Demi Lovato e Britney Spears, quest’ultima chiamata probabilmente (a suon di milioni) per contrastare la figura di Christina Aguilera in The Voice.

L.A. Reid non l’avevo mai sentito nominare. Si scopre, durante la stagione, essere quello che ha lanciato Justin Bieber. Sticazzi! LA è il simpaticone col cuore di pietra, l’arrivista spietato fino al Live Show, che poi si addolcisce e si riduce ad indossare un cappello da cowboy per sostenere il suo cavallo di battaglia. Ci regala uno dei momenti più alti del programma, quando esterna il proprio odio per la categoria assegnatagli “Over 25s” in faccia agli stessi concorrenti. Sale al ruolo di mio giudice preferito quando manda a casa quella gallinaccia di Tara, ma perde incredibilmente punti salvando Mr. Entertainment, del quale non riesce a far brillare il talento. Vince l’edizione grazie a Tate, quello che si potrebbe definire il concorrente perfetto: bella voce, bella storia personale, bel carattere.
Simon Cowell è il burattinaio. Fa il cattivo e muove i fili solo per portare in alto i propri concorrenti, con una radicale visione economico/commerciale dei prodotti che ci propina. Prima punta tutto sugli Emblem3, poi pompa le Fifth Harmony appena capisce che stanno facendo presa sul pubblico e che al pubblico manca un gruppo femminile di riferimento. I risultati gli danno ragione, con un onesto terzo posto finale. Cowell sa quello che vuole e aiuta i propri concorrenti a rendere al meglio, sbagliando solo con i Lyric145, spesso agghindati come dei buffoni. Putroppo è spesso vittima delle avances della Kardashian, che lui sembra non evitare, generando epici momenti HORROR. Simpatici i siparietti con Demi Lovato, soprattutto quando alza il dito per catechizzarla sulle sue fiamme.
Eccoci dunque al giudice che mi ha colpito di più: Demi Lovato. Partendo dal presupposto che ignoravo anche la sua esistenza, sono stato subito colpito dal suo affabile modo di fare. Carina con quasi tutti i concorrenti, agghindata sempre alla perfezione, dimostra anche una certa conoscenza dell’ambiente. Almeno fino al suo cambio di look. Dopo le Judges’ Homes, si tinge i capelli e si fa crescere gli spazzoloni, cercando di far cambiare allo stesso modo tutti i concorrenti rimasti nella sua categoria. Qui sta l’errore che la porta a non essere competitiva durante il Live Show: non puoi cambiare l’acconciatura e lo stile nel vestirsi del cantante, altrimenti lo spettatore non si riconoscerà mai nel personaggio visto nelle fasi precedenti. Le scelte dei brani sono spesso discutibili (soprattutto per Paige) e le eliminazioni sono meno sofferte del previsto. Nel duetto con le Fifth Harmony mi stupisce personalmente con la sua interpretazione.
L’ultimo giudice, il più acclamato, è la “regina del pop” Britney Spears. Giudica solo ed esclusivamente il “proprio livello di intrattenimento”, elargendo no a tutti i noiosi. Subisce le crisi psicologiche dei suoi fanboy, i casi umani che si presentano al provino solo per parlare con lei. Di lei resteranno memorabili due cose: il balletto durante Ice Ice Baby nelle auditions e le sue occhiaie durante il Boot Camp. Nel Live Show, viene annichilita quando viene rimessa in gioco l’odiosa Diamond White, ma riacquista fiducia nei propri concorrenti grazie alle prove di Carly Rose. Essendo il mentore dei “teens”, Britney pensa bene di vestirli da bimbominkia, dimostrando un pessimo gusto dal punto di vista estetico (povera Beatrice). In finale prova a fare l’aggrssiva con tutti, fallendo miserabilmente.

Nel finale, la gara riserva qualche sorpresa, ma niente che faccia davvero appassionare allo sviluppo della stagione. Ho comunque trovato i miei momenti: l’addio prematuro dei Lyric145 è stato un colpo al cuore, mentre non ho mai odiato nessuno in vita mia come ho odiato Diamond White (infatti si è salvata due volte, grazie karma). Appassionante la lotta contro l’eliminazione dell’inguardabile-biondo-platino Cece Frey, peccato per Vino Alan che viene eliminato per colpa di LA Reid e delle sue scelte sulle canzoni da fargli cantare. Sono diventato fan di Jennel Garcia e del suo pulitissimo sorriso cuore (TI AMO), mentre Camila delle Fifth Harmony e il mio sogno erotico da giorni.
La vittoria finale del concorrente che non se lo meritava non giunge inaspettata. I risultati del televoto hanno messo in luce come l’americano medio abbia sempre avuto a cuore la storia personale di Tate, a discapito del puro talento di una “tanto farà carriera comunque” Carly Rose. Stupidi americani.

Non so se avrò il coraggio di sorbirmi altre stagioni di un prodotto così noioso, con una struttura che perde potenza e interesse proprio quando diventa Live e deve dare il meglio di sé. Forse darò una chance alle Auditions, per vedere se spunterà un altro talento in grado di conquistarmi fin dal primo ascolto.

Polmonite permettendo.

Alla prossima stagione (forse),
Boss.

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